La pace cattiva, cosa sarebbe successo se… un romanzo ucronico sui possibili esiti della Seconda Guerra Mondiale



Un romanzo per chi è appassionato di geopolitica e di ucronia e desidera riflettere sulla sorte di uno dei popoli più controversi e combattuti al mondo. 
La scrittura è asciutta ed efficace.
Questo romanzo mi ha riportato alla mente un’intervista che feci anni fa al celebre artista Moni Ovadia. Quando gli chiesi perché il popolo ebraico non si fosse ribellato alla persecuzione nazista, lui rimase come colpito fisicamente: erano persone normali, non dedite alla violenza, donne, uomini e bambini che facevano una vita normale, come si può pensare che da un giorno all’altro si sarebbero potuti armare e combattere una guerra così assurda? Non dimenticherò mai questa risposta. 
 Che esito può avere dunque una pace imposta dall’alto? Quali accordi geopolitici possono resistere al passare del tempo? 
La pace cattiva”, romanzo di Fabio Della Pergola, racconta una storia alternativa, a seguito della Seconda Guerra Mondiale. I vincitori decidono infatti di accogliere il popolo ebraico in Europa, fondando uno Stato tra Baviera, Tirolo e Veneto. L’autore immagina la nascita dello Stato d’Israele, a seguito delle persecuzioni degli ebrei. 
Il leader sionista David Ben Gurion decide quindi di promuovere un nuovo Stato in Europa, con l’appoggio — tra gli altri — di Truman e Stalin. 
La pace di cui si parla, nel cui titolo c'è già un giudizio, è il risultato di compromessi, accettati più per stanchezza che per convinzione. 
Il libro mescola spionaggio, amore e politica dei grandi protagonisti della storia e riflessioni sulle conseguenze etiche di un accordo forzato.
Nel nuovo Stato emergono contrasti con stati europei e gruppi nostalgici dei regimi, creando uno sfondo di tensione, paura e conflitti interiori. “Il vero problema è lo Stato degli ebrei, non gli ebrei…”  
L’ironia non manca e accompagna diversi passaggi: “Perché niente fa venire sete quanto una interminabile discussione di politica estera.” 
A definire le sorti degli ebrei i personaggi reali, come Harry Truman: “trentatreesimo Presidente degli Stati Uniti, ruota pensieroso la sua maestosa poltrona di pelle per poter guardare oltre la grande finestra alle sue spalle.” 
Per eliminare questo nuovo “problema” europeo, ma anche americano e russo le proposte non mancano: “Prendere baracca e burattini e trasferirsi in massa. Tutti quanti. E andare a stare proprio là dove li volevano ammazzare tutti…”
La storia si muove in un contesto preciso, fatto di relazioni tese, accordi instabili e scelte che hanno conseguenze reali. Ogni scena aggiunge un dettaglio pratico, una decisione, un progetto. I personaggi sono concreti e realistici, nonché reali: sbagliano, calcolano, si proteggono. 
Finché, per risolvere il problema, non si prospetta la soluzione che nella realtà è stata presa, ma in maniera differente. 
Non c’è catarsi né redenzione finale. Il conflitto resta, anche quando sembra chiuso. 
Un libro che mostra cosa succede dopo l’accordo e gioca tra realtà e fantasia. E lo fa lasciando al lettore il peso di trarre le conclusioni. 
Anche se nella postfazione l’autore dichiara: “che quell’area del pianeta possa trovare finalmente una strada perché chi soffia sul fuoco sia messo finalmente nelle condizioni di non nuocere più.”