Il sonno della ragione genera mostri

Le chiavi non entrano nella toppa. La mia mano sembra di gelatina. Frugo nella borsa. Oggetti inutili. 

Dov’è il cellulare, così faccio luce in questo buio pesto. 

Caspita! Le 5.17, ho fatto tardi con quel bastardo. Sento ancora le sue manacce addosso e i lividi che mi ha lasciato. Sono una vera cretina. 

Le chiavi cadono a terra. Mi chino, le dita nervose: avanti e indietro, a destra e a sinistra. 

Un rumore mi fa sussultare. Sarà di nuovo lui? 

Mi gira la testa, tre spritz e… una birra, forse boh, piccola però. 

Eccole! Getto a terra la borsa e con mani tremanti provo a centrare il buco. Se lui mi ha seguita devo rifugiarmi in casa, al più presto. Era completamente ubriaco e fuori controllo. 

Una sirena assordante mi estrae dal pericoloso bozzolo di incoscienza e alcol che mi ha guidata fin qui. Manate sulla parete, la luce, un abbaglio. Riesco a bloccare l’urlo dell’allarme, mi sono proprio scordata di averlo attivato. 

L’ansia sale, raccolgo la borsa, entro, sbircio fuori, nel buio. Silenzio. 

Richiudo la porta di scatto. 

Mi spoglio in corridoio, i vestiti decorarono il pavimento con i tristi colori della serata. 

Nella doccia faccio scorrere l’acqua bella calda. Il getto fluido e affettuoso mi accoglie senza chiedere niente in cambio. Avvolta nell’accappatoio mi dirigo in camera. 

Respiro profondamente per smorzare l’inquietudine. Un altro rumore. 

Striscio i piedi sul parquet e torno al portone, attacco l’orecchio. Silenzio. E poi un altro fruscio, come di piante smosse, ma con vigore. 

Perché non ho fatto mettere la telecamera? Dovevo dare retta all’elettricista. 

Le mani sudano come rane bavose. 

Tatami, attizzatoio e mi accoccolo qui, gli occhi sbarrati. 

Il freddo si impossessa delle ossa, i rumori continuano. È lui che mi aspetta. Il cellulare pronto sulla chiamata di emergenza. 

La paura mi blocca fino all’alba, quando, sfinita, mi decido ad aprire la porta. 

Infilo un occhio nella fessura e… 

Buon compleanno! Le mie amiche! 

Colazione a sorpresa in giardino. 

Fuck you!

#sese20righe_inganno contest su FB

Immagine da web: acquaforte di Francisco Goya 

El sueño de la razón produce monstruos - rivisitata a colori pop. 

Fantasma


I miei sensi, in questi giorni di nebbia e di pioggia, vivono al di fuori di me e fanno proprio cose senza senso.


Udito. I passi, infilati nelle ciabatte e con quel ritmo che solo io conosco, strisciano sui pavimenti di marmo rosa dell’appartamento. O è una mia impressione? Le chiavi nella toppa tintinnano e risuonano di certezze quotidiane. Sono le tue chiavi? Le mie orecchie stanno in allerta, si allungano e si sbagliano, nei suoni della consuetudine.

Vista. La valigetta si è acquattata all’ingresso, la osservo nel suo angolino. Ti sta aspettando per andare al lavoro, come un cane fedele. Dal terrazzo il vento porta il fumo di una pipa davanti al vetro della mia camera. Lo vorrei acchiappare. Sei tu che tiri lunghe boccate? Cerco il binocolo, quello con la cinghia di cuoio che usavi per osservare la montagna, da cui io non vedevo gli stambecchi che ti entusiasmavano.

Olfatto. Il mio naso si tuffa nel cappotto appeso all’attaccapanni, in corridoio: sa di fumo e di treno. Il mio naso non vuole più uscire da qui, ma il Corriere della Sera di due giorni fa puzza ancora di inchiostro e lo attira, come la mosca al miele. I fogli stropicciati, li avevi ripiegati in due: un aeroplanino da far volare via.

Gusto. Il Nebbiolo sta al sicuro, richiuso da un tappo di sughero. La bottiglia è piena a metà, la apro, bevo per sentire il gusto che sentivi tu. Un sorso fiammeggia fin nello stomaco. Io sono te. 

Tatto. Nell’armadio, in fondo a tutti i maglioni, c’è quello grigio, di lana spessa, con gli alamari d’argento e i disegni norvegesi. Affondo la mano destra in tutto quel calore e lei piagnucola: — lasciami stare qui al buio, non portarmi via!

Ci vogliono egoismo e coraggio per riprendere le parti di me, quelle che si ostinano a rimanere dentro di te. Devo riportare i miei sensi all’ordine, loro mi devono ubbidire e io voglio lasciarti andare.

Ormai sei un Fantasma, papà, e io sono ancora Vita.

#sese20righe_fantasma - contest su FB


La scelta

Bongo la, bongo cha cha cha… La sveglia del telefono, accidenti, cosa mi sta ricordando adesso? Ah sì, il pranzo. Bello lavorare da casa ma non mi riposo mai, devo pensare a un sacco di cose nello stesso momento, almeno non ho i tacchi. Va be’. Cucina, frigo, apro chiudo sportelli, cosa cavolo faccio per pranzo a mio figlio? Bongo la! Di nuovo la suoneria, devo cambiarla, fa pena.

Messaggio Whatsapp: figlio ❤️

grftdkfgb

— Cosa significa? Ma non sei a scuola?

hey mum

— Non dovresti avere il telefono spento?

no preoccupa

— Già che ci sei, come è andato il compito di fisica?

non sono riuscito a prendere 10 in 1 unica volta, ho preso 5 in 2 comode rate, ma its the seim, in pratica.

— Ma cosa dici?

2 for 1 e 1 for everyone

— Scusa ma il tuo prof. non vi fa tenere i telefoni spenti?

scialla

— Proprio non capisco.

non mettere il punto perché è come se sbatti la porta in faccia boomer

— Scusa, l’abitudine. Quando scrivo, i punti e le virgole sono necessari. E poi si dice: come se sbattessi, il congiuntivo! ALLORA MI DICI COSA DEVO FARTI DA MANGIARE?

ma stai urlando? calmina eh

— Nooo è che stavo compilando un modulo e mi è rimasta la maiuscola. Quindi?

raga, adesso mi sta chiamando il broski asp

— Come raga, sono tua madre e quale broski, se mai il compagno di scuola.

che vuoi ancora?

— Ma mi hai scritto tu per primo!

sorry mi è sfugg

— Comunque, già che ci sei, preferisci il tomino ai ferri o il pollo al sugo? È mezz’ora che cerco di saperlo.

yass

— Sì cosa? Devi fare una scelta!

madre, come te lo devo dire che mangio fuori?

— 😭 mi arrendo. (Punto)

Contest su FB:  #sese20righe_lascelta

strega

 Brucia sul mio polso la croce incisa dal fuoco della Santa Inquisizione.

«Tredici donne furono catturate quell’estate del 1587.
Ma ne morirono solo dodici.
La tredicesima sono io.
Ora pratico le mie arti senza destare particolari attenzioni, voi mi considerate una simpatica attrice e bottegaia di Triora che vende timo, lavanda, saponi all’olio d’oliva. È roba eccezionale, tutta a km zero! Nel retrobottega, dove conservo i miei manuali magici, ho anche un bel calderone che uso solo per far divertire i vostri bimbi in visita.»
Sorrido e faccio l’occhiolino ai turisti, ma il vestito lungo fa sudare e mi riporta al calore di quei roghi crudeli, mentre la recita per i gli ospiti continua: «Nonostante siano passati secoli da quell’evento, di notte ho gli incubi, ve lo assicuro. Ricordo ancora quando arrivò in paese il vicario del vescovo di Albenga, ero insieme alle mie amiche a raccogliere erbe nel boschetto dietro alla Cabotina. Credetemi, ci fece arrestare tutte. Ci buttarono in un vicolo e ci appesero ai ganci delle volte. Una dopo l’altra venimmo interrogate e torturate. Nel Malleus Maleficarum sono illustrate le infamie a cui venimmo sottoposte, eccolo qui, guardate: il ferro infuocato per rasare ogni parte del nostro corpo, il cavalletto e —bambini, tappatevi occhi e orecchie — lo spillone rovente conficcato negli occhi. Serefina, Maria, Gemma, Clarizia, Carabona, Berta, Doralice, Rufina, Agnese, Clara, Isabella: tutte bruciate sulla pira. Io, dopo un’estenuante seduta con il mio torturatore, mi finsi morta, e ora eccomi qui nel ventunesimo secolo!»
Una bella risata del mio pubblico, qualche acquisto e mi ritrovo sola, in compagnia delle vecchie cicatrici. Lucifer balza in grembo, una lacrima cade sulla sua piccola testa nera.
La asciugo con rabbia, perché noi streghe non piangiamo.

Storia vera, non so se qualcuno ha visitato il borgo di Triora nella Liguria di Ponente, possibilmente in autunno e con la nebbia.
I gatti non mancano e neppure le ombre.
Per quanto mi riguarda, mi sono stufata di intrattenere i turisti e ora scrivo su un blog, a volte pure su FB, facendo delle garette da 20 righe. E, quando il mio romanzo sarà pubblicato, tornerò a non piangere, come ogni strega che si rispetti.

20righe_strega contest su FB

Beautiful - romance

 

Alla fine Ridge torna sempre da Brooke. Garantito. 

Stasera voglio essere perfetta, dove ho messo la lista delle cose da fare? Eccola! Devo ancora lavarmi i capelli, metterli in piega, le unghie, mannaggia, quelle sono terribili, se sbaglio la tempistica mi ritrovo con mille sbavature. 

Ora un bel bagno con i sali alla vaniglia, aggiungo qualche goccia di olio di ylang ylang che ha poteri afrodisiaci. Il tubino nero è passato nel ciclo vapore della lavatrice: come nuovo. 
Ma la sorpresa sarà sotto: il mio candido babydoll di Victoria’s Secret è irresistibile, voglio godermi la sua espressione quando mi sfilerà il vestito. I gioielli, meglio qualche cosa di semplice, il punto luce al collo e due piccole perle alle orecchie, così lui potrà sbaciucchiarmele senza interferenze. 
Calze autoreggenti ma a rete piccola, non voglio essere volgare. Ballerine Ferragamo o tacchi Louboutin? Tacchi o ballerine? Ci penserò dopo. Il profumo: J’Adore è sexy e persistente, lo metto sul piano del lavabo con tutti i cosmetici, in fila, in ordine di stesura. 
Un ritocco alle sopracciglia, la depilazione è sotto controllo, la mia estetista sa come fare, pelle morbida e liscissima. Uh, la borsetta, la mini pouch di Prada, ci metto dentro solo il telefono, lo specchio, il rossetto e anche un fazzolettino. 
Speriamo che il ristorante sia quello che desidero. E che lui la smetta di interessarsi a quella stupida della sua collega che non sa neanche temperare le matite. Ho visto come la guarda, ma passerà pure lei, come le altre. 

Perché il mio Ridge torna sempre da me, perché so come rendere romantica ed eccitante una serata.  

Contest su FB prova di racconto rosa - romance #curatilincipit

L'editor e il brivido lungo la schiena

Gli occhiali cerchiati d’oro rosa caddero sul foglio con rumore secco. 

«Eh no! La devono tutti finire con questi brividi lungo la schiena.» La voce dell’editor si sciolse nel cono di luce della lampada da tavolo. «Pure Guja, che non ci si metta anche lei! Non scrive male, non è stupida, ma i cliché, che palle! Sono proprio le basi. Mi fa così incazz… » 

Il gatto, come una piuma, si posò sulla scrivania, ma, a contatto con il foglio sporco di penna rossa, si stravaccò senza rispetto. «Italo, stai stropicciando il romanzo, su vieni in braccio.» 
Alcuni peli del mantello rimasero sulla pagina, quasi a sottolineare gli errori della scrittrice esordiente. L’editor inforcò di nuovo le lenti, alzò le sopracciglia disordinate e si rimise all’opera, con un’unghia in bocca, buona da mordicchiare. La penna picchiettava nervosa sulla superficie di legno, venata dai graffi. 

«Dunque, dunque, meglio leggere ad alta voce, vediamo se scorre: 

Nella caffetteria il pendolo scandì le diciassette. Il lieve sottofondo di musica jazz, il profumo di tortine all’arancia, specialità della casa, e il calore della stufetta accesa, davano a Oriana il giusto mood: lui sarebbe entrato tra otto minuti esatti. Ogni pomeriggio, terminato il lavoro, gli occhi verdi di Umberto varcavano la soglia del bar, che tintinnava felice per quella visita. Oriana si aggiustò il grembiulino inondato di lavanda, passò le mani sui capelli tirati in una lunga coda e strisciò un po’ di rossetto sulle labbra, avendo cura di dare la schiena ai clienti. In quel momento la porta fece il suo dovere sonoro e un brivido corse lungo la schiena della cameriera

Cara la mia Guja, puoi fare di meglio, questo pezzo è melenso e rovina tutto il resto del romanzo.» 
La penna rossa volò nel cestino come un missile fuori rotta, il gatto si proiettò fuori dallo studio. 
«Era quasi perfetto Quasi. Questi esordienti mi deludono, sempre.» La fronte dell’editor crollò sulla scrivania insieme agli occhiali. Esausta, si addormentò sul capolavoro malriuscito.

Contest su FB: Brividi


Combattimenti letterari

Angelo spalla destra: ora lo pubblichi: anni di lavoro, editing, beta reader. Sì, è giunto il momento. Il file del tuo romanzo è pronto. Basta che lo trasformi in pdf…

Diavolo spalla sinistra: ti consiglio di riaprirlo per dare un’ultima occhiatina, non si sa mai. Solo il primo capitolo, non ti costa niente rileggerlo. La prima frase, per esempio, fa schifo!

Angelo spalla destra: smettila di rileggere, sai che se continui così rifarai il libro per sempre, come se fossi all’inferno. Ma ci sono qui io, per cui, fatti coraggio tesoro, crea questo pdf.

Diavolo spalla sinistra: scusate se interrompo il vostro idillio, ma hai controllato la presenza di avverbi? Il correttore automatico non è efficace in questo caso, lo sai bene.

Angelo spalla destra: sono problemi di poco conto, se lo mandi alla casa editrice, ci penseranno loro, perché lo mandi alla casa editrice, vero?

Diavolo spalla sinistra: sì, certo, l’editor vedrà che hai fatto un lavoro sciatto e lo cestinerà subito.

Angelo spalla destra: devi credere in te stessa, vedrai che andrà tutto bene, forza, muoviti.

Diavolo spalla sinistra: certo, stanno aspettando te, chissà che capolavoro, dovrai solo attendere da sei mesi a un anno per capire se ti leggono la mail e poi, sappiamo benissimo come andranno le cose, ma prego, arrivata fin qui, perché arrendersi? Hahaha!

Angelo spalla destra: vuoi chiudere quella boccaccia? Sei sempre lì a distruggere tutto, non vedi come è ridotta? Non fa altro che rileggere e ricorreggere, ma basta per D… ops. Non farmi straparlare.

Io non ce la posso fare, li lascio combattere, e, per punire la loro pedanteria, spiattello tutto sul gruppo degli scrittori, creo un bel raccontino e vinco il contest.

20_righe_combattimento - contest FB 

Febbraio 2003 - intervista a Giulietto Chiesa: "Non ci sono più guerre giuste perché ogni guerra è contro noi stessi"

“Mentre a Sanremo fanno la tenda della pace di là fanno il festival: apparentemente canzoni, in sostanza politica persuasiva”. Così esordisce Giulietto Chiesa, durante la strada che dall’aeroporto di Nizza lo porta a Sanremo, in pieno clima festivaliero.

La sua meta non è l’Ariston, come qualche anno fa, quando incontrò Gorbaciov nell’edizione condotta da Fabio Fazio. Questa volta è la tenda della pace, in uno spazio dedicato al periodico Libertà della Spi - Cgil.

Chiesa arriva corrucciato, come sempre, di poche parole. Ma quando si toccano certi temi si appassiona:

Secondo te è giusto e ragionevole allestire un presidio per la pace durante il festival di Sanremo?

“È giusto, ormai la comunicazione è il centro del mondo, il problema non è più combattere per questioni morali: chi non sa comunicare non esiste. E, a proposito di comunicazione, oggi per me è un giorno nefasto. La sinistra non ha capito niente. La nuova proposta per il c.d.a. della Rai è scandalosa. Non servono Santoro e Biagi in prima serata per ristabilire la democrazia. Bisogna pensare a Vespa, alla Venier, ai terrificanti talk show che continueranno a impestare i palinsesti. Paolo Mieli non cambierà nulla. La tv italiana è la più indecente d’Europa”.

Come uscirà la sinistra italiana da questo periodo di stallo?

“I suoi dirigenti hanno finito, ora non resta che andarsene. Mescolare le carte e vedere chi ha la possibilità di emergere. A mio parere il migliore è Cofferati. Questi ci porteranno a una nuova sconfitta. Non hanno più voglia di combattere, non fanno battaglie sociali, sono più a destra di Schroeder e Chirac. Ma per la prima volta il movimento della gente è più forte di loro. Sono talmente senza idee che vogliono persino consultarsi con me. In questi giorni vado a parlare con Gavino Angius, ma non servirà a nulla”.

Quando scoppierà la guerra contro l’Iraq?

“Dal 17 marzo entro fine mese. L’America riuscirà ad avere gli alleati necessari, mercanteggerà, anche se ho visto soldati americani passare dalla Turchia senza permesso. Gli stati Onu, contrari alla guerra, voteranno semplicemente contro, ma senza utilizzare il diritto di veto. Se accettiamo questa guerra, riconosciamo indirettamente che gli Stati Uniti hanno il diritto di violare qualsiasi convenzione. In Italia anche il centro sinistra si schiererà a favore della guerra, con la scusa di voler difendere l’Onu”.

— È una guerra necessaria?

“Se fossi stato sufficientemente grande e coraggioso, nel Quarantacinque avrei combattuto contro i nazisti. Se qualcuno limita le nostre libertà, si deve reagire. Ora viviamo in un mondo globalizzato, siamo interconnessi e ogni azione si ripercuote a livello planetario. Quindi non ci sono più guerre giuste perché ogni guerra è contro noi stessi. La maggior parte della gente non vuole questo scontro, desidera vivere in pace con il resto del mondo e intuisce che da questa guerra nasceranno solo guai”.

E dopo lo scoppio della guerra cosa succederà?

“Una destabilizzazione generale. In Palestina l’espulsione massiccia dei palestinesi dai territori, la riconquista totale del paese da parte degli israeliani. Incremento del terrorismo in tutto il mondo e progressivo dominio monopolare sul pianeta da parte dell’Impero con conquista dell’Iran, Siria, Corea del Nord e infine la Cina. Quest’ultimo paese sarà l’unico da qui al 2017 a potersi opporre all’Impero: si sta attrezzando con ingenti riserve auree e dollari perché la destabilizzazione arriverà anche sul piano finanziario. Si arriverà alla fine dell’Occidente, quindi il progetto americano non è accettabile”.

Stai per inaugurare una nuova emittente televisiva?

“Sì, probabilmente si chiamerà Millecittà, potrà vedersi in chiaro con la parabola e trasmetterà per quattro ore, ogni sera, con un telegiornale ogni ora della durata di quindici minuti. Apriremo le trasmissioni verso la metà di marzo”.

Nel suo ultimo libro “La guerra infinita” Giulietto Chiesa spiega le varie fasi della globalizzazione americana, finalizzata al dominio mondiale e dice: “Resta però un interrogativo aperto e angosciante: nulla autorizza a ritenere che i cinque sesti dell’umanità, che vivono nella più assoluta indigenza, accettino supinamente la miseria in cui vivono. Questa guerra si può anche perdere”.

Guja Boriani

Grazie a Lucia Codato che mi ha chiesto di ritrovare questo articolo uscito su "La Riviera". 

Guerra? Ho capito bene?

Guerra dite? Guerra? Vorrei non aver capito bene. Ma le immagini e i tg parlano chiaro. Non mi posso nascondere nell’armadio. Ci siamo passati tutti: incredulità, stupore, paura. Perché la prima cosa che pensi, dopo l’angoscia per le persone che sono sotto le bombe è: e io? Cosa devo fare io? E poi a me cosa succede? Non lo so cosa devo fare, non so cosa succederà qui, in Italia, o in Europa, o nel mondo. Non voglio scrivere quelle parole che iniziano con Terza. Però so che mi viene una rabbia furiosa, perché penso a questo manipolo di politici a livello mondiale: quelli che vengono pagati, e tanto, per far andare avanti il mondo, quelli che fanno le cene eleganti e prendono gli aerei in prima classe o ne hanno uno tutto per loro e a fine mese si trovano il conto corrente pieno di soldi per aver fatto qualche discorso in tv e alcune riunioni. Ecco, ma loro cosa ci stanno a fare, se non sono capaci di evitare una guerra? Ditemelo. Ci vanno loro sotto le bombe? Saranno svuotati i loro conti correnti? Ne dubito, perché loro sanno cosa fare, sanno dove andare e, al momento giusto, qualcuno li porta in salvo. Perché rappresentano il paese, perché loro devono vivere. E allora le vite degli altri? Valgono meno? Quelli che lavorano ogni giorno, che fanno girare i soldi, che fanno i figli o non li fanno, ma tirano avanti le sorti del mondo. A loro, a noi, chi ci pensa, se non questi stipendiati che dovrebbero gestire le sorti dell’umanità? Li paghiamo per far andare bene le cose, per garantire stabilità e sicurezza. Sono molto arrabbiata con gli incapaci che non sono stati in grado di evitare tutto questo. Perché loro stanno lì per contrastare i dittatori, i pazzi, i prepotenti, con tutti i mezzi pacifici che ci sono, con l’intelligenza, con i negoziati, con l’economia, con la tecnologia. E invece ci siamo di nuovo e di nuovo ridotti a uccidere, come gli uomini delle caverne, violenti e primitivi. E potrebbe essere solo l’inizio.

Lo scoglio


Finisco il trucco, voglio essere in ordine. Lo specchio ingrandente non perdona le rughe, ma la polvere dorata si posa sulle palpebre come una pietosa coperta. Stasera voglio splendere, c’è la tempesta perfetta, è la notte giusta. Il rumore del mare si infrange sulle pareti della mia casa, quasi voglia inghiottirla. Anche se fuori fa freddo, scelgo il vestito lungo, quello verde acqua, un velo sottile, mi scivola addosso come le onde. Avevo vent’anni quando lo acquistai, è un ricordo lontano, mi sta ancora bene, anche se ora si vedono le ossa che sporgono dalla scollatura. Il seno ha ceduto, ma fa lo stesso. I tacchi, sì, i sandali con il cinturino di pelle che sale sulle caviglie. Si vedono le vene sporgenti. Io non le guardo. Che fatica stare quassù in equilibrio, quasi non me lo ricordavo. Ora i gioielli, le mie creazioni, una parte di me: gli orecchini chandelier, di perle e diamanti; il mio bracciale preferito, con le monete d’oro che tintinnano allegre. E l’anello di ametista che mi proteggerà dal male, pietra viola, profonda come gli abissi. Prendo il Dom Pérignon del 2008, è freddo, come deve essere. Mi posso permettere un ultimo sfizio, no? Afferro il bicchiere di cristallo, scendo verso la spiaggia, traballo come una medusa, il vento gelido scompiglia i capelli che si fondono con la salsedine. Ecco il mio scoglio, sempre lui, non sa che gli anni sono passati e non sa cosa è accaduto. L’acqua si infrange sul mio corpo stanco. Gocce salate e gocce deliziose, che bevo dalla coppa. Uno, due, tre bicchieri e urlo con tutta la voce che ho, un suono che si confonde con il fragore dell’acqua in tumulto. Spacco lo champagne sulla roccia, il sangue la tinge, sotto il cono di luna, attraversata da una nube di pece. Ecco l’ultima onda, quella che mi serve. Si alza, immensa, ruggisce e si scompone, la sua bocca si spalanca. La vita deve finire come voglio io. Un ultimo urlo all’universo: prosit!

Storia romanzata in memoria dell’artista Mariella B.

#sese20righe_lo scoglio

Pancia fuori o pancia dentro?

 #20_righe

Pancia fuori o pancia dentro?
La pancia in dentro è sempre consigliabile per venire bene nelle foto, ma qui parliamo d’altro.
Una ragazzina con la pancia di fuori è stata beccata in classe da una professoressa.
Faceva un video di quelli che i giovanissimi pubblicano su TikTok. Niente di male, niente di grave. Ma… la scuola è diventata un posto dove si va ancora più malvolentieri di quando ci andavo io.
Vorrei che fosse piacevole e accogliente, che aiutasse i ragazzi a crescere, a posare le fondamenta del loro futuro.
Quanti bravi insegnanti si sgolano ogni giorno per portare il focus su ciò che conta per i loro studenti, ma quanti cattivi insegnanti scaldano la cattedra? E chi li giudica? Si tratta di lavoro sottopagato, faticoso, penso che per farlo bene ci vogliano davvero tanta volontà e passione, come quelle che ci vogliono quando lavori per la tua azienda. E soprattutto, ci vuole un controllo. Un controllo su chi controlla i ragazzi.
E gli studenti? Cosa li spinge a vivere la scuola come un posto insopportabile, in cui è necessario portare un po’ di vita, un po’ di pancia di fuori, un po’ di TikTok?
Perché non capiscono che lì si va a fare altro? Che andare in un luogo in cui si dovrebbe pensare al cervello, significa non pensare alla pancia?
La professoressa ha sbroccato e la sta pagando cara, l’alunna ci sta marciando, in gran trionfo.
Cosa c’è che non va? Le polemiche servono? È un’ ulteriore brutta occasione per mettere tutti contro tutti?
Io vorrei proprio che la professoressa e l’alunna si parlassero e che, insieme, scrivessero il resoconto delle loro riflessioni e che le mandassero ai giornali e che, per una volta, questa vicenda bruttina facesse fare a questa umanità litigiosa un passo avanti e non uno indietro.

Quando incontrai

 «Vedi, cara, questa si mangia» disse Libereso, chino sull’aiuola. Staccò da una piccola pianta una fogliolina verde e la mise in bocca.

Come le capre? Pensai io, ma ad alta voce dissi: «Posso provare?» Diedi un morso a una foglia, come quando si deve masticare una medicina. Sgranai gli occhi e sentii la saliva esplodere: «ehi, che gusto! Non me l’aspettavo.»

L’uomo, con la sua camminata lenta e un po’ storta, sorrise e guardò a terra. Pochi passi e la sua schiena scese di nuovo. Lui staccò due petali da un fiore giallo. «L’acetosella è incredibile, ne basta poca, la metti nell’insalata e vedrai che bel piatto.»

Passammo un’ora così, a camminare per le strade di Sanremo. Lui raccoglieva, io assaggiavo: cipolla, aglio, menta, lavanda, peperoncino, i gusti del mondo sembravano essersi dati appuntamento nel mio palato.

La curiosità superava il pensiero che quelle piante, prima di entrare nella mia bocca, avevano di sicuro subito la pisciatina di qualche cane. Ma l’uomo che mangiava le piante era una scoperta troppo eccitante per occuparmi di pisciatine.

«Raccontami di Calvino» ero impaziente di conoscere qualche aneddoto su uno dei miei scrittori preferiti.

«Italo, era serio, non come me che salivo sugli alberi, lui studiava molto e scriveva, io ero libero e cercavo di comprendere le piante. Il mio nome significa libertà in esperanto.»

In testa Libereso aveva una nuvola bianca e idee di pace e fratellanza: «nel mio giardino ci sono piante che provengono da tutto il mondo, con il papà di Italo le studiavamo. E io ho capito che bisogna lasciarle libere di crescere come preferiscono, loro trovano sempre un modo per convivere con le altre. È una lezione per noi umani, se vogliamo coglierla.»

Quel pomeriggio mi regalò i semi di tamarillo e mi chiese di tornare a Sanremo per presentarmi il suo giardino.

Gara su FB:#20righe #Quandoincontrai Libereso Guglielmi

CFS® - Movimenti

Il tema di questo racconto è stato suggerito da un contest: Le mani - carta, forbici, sasso. 

§

Banca delle Alpi

invio

Password: CartaForbici

User ID: Sasso

Movimenti – Saldo: 6.853.427,91 €

Che soddisfazione avere un conto in banca che aumenta ogni giorno. E non è l’unico che ho.

Mi rilasso sulla sedia facendo girare le rotelline avanti e indietro, e poi in tondo, piano.

Ho voglia di un caffè. «Renata, per cortesia il caffè, grazie.»

Nello schermo enorme del computer ci può stare tutta la mia vita. Sposto lo sguardo fuori, attraverso le vetrate, la città sorge verso il cielo. E io la guardo dall’alto, come in volo.

Quant’è che non apro la cartella nell’area privata: Foto del 1985. Ma sì, un po’ di amarcord non mi farà male.

Ecco il mio amico Pietro Morelli, siamo sulla spiaggia dove andavamo da ragazzini a giocare.

Riesco a sentire i sassi che rotolano a riva, avanti e indietro in un moto infinito e sempre diverso. Li seguo strisciando con la sedia di pelle da cinquemila euro. Cinquemila euro per una sedia, mah.

È lì che tutto è iniziato.

Un giorno il mio amico era arrivato con una novità, il nonno gli aveva insegnato un giochino da fare con le mani: Carta, Forbici, Sasso. Me lo aveva spiegato e in pochi giorni siamo diventati veri professionisti: velocità di pensiero seguita dalle nostre mani rapidissime.

Ci sedevamo su una piccola barca abbandonata che avevamo battezzato “La Marianna”, come quella di Sandokan. Sui ruvidi sedili di legno, nella piccola cabina dai vetri rotti, stavamo al sicuro, riparati dal freddo o dal sole e giocavamo o leggevamo.

Mi sembra di sentire di nuovo l’odore piccante della salsedine. Quanto tempo è che non vado al mare?

Non ho immagini di noi due insieme su quella spiaggia. Fotografavamo ogni cosa, con la macchinetta che Pietro sottraeva alla sorella: parti della barca, i sassi bianchi, le nostre scarpe, l’acqua trasparente a riva. Dovevamo scattare tutte le foto della pellicola per poterle far stampare in fretta e di nascosto, pagando con i soldi che ci davano i genitori ogni settimana, erano pochi. Sostituivamo il rullino con uno nuovo e la sorella non se ne accorgeva. Quelle che mi sono rimaste le ho scannerizzate e le tengo qui nel mio archivio, sul pc.

Il citofono interno si mette a starnazzare.

«Sì Renata?»

«Ingegnere, c’è al telefono Linda Rovere, la giornalista di quel giornale economico, è pronto per l’intervista?»

«Non me lo ricordavo, che palle, tienila in attesa che mi preparo, tra un minuto passamela.»

Bevo un po’ d’acqua fresca che la paziente Renata mette sulla mia scrivania ogni mattina, accarezzo il sasso bianco che avevo preso sulla spiaggia e che ora serve da fermacarte. Un gesto che faccio sempre quando devo affrontare una novità.

«Buongiorno Ingegner Rosati, sono Linda Rovere, possiamo iniziare la nostra intervista? Purtroppo con questo Covid dobbiamo rinunciare a farla in presenza, ma ci arrangiamo, ok? Mi può far mandare una sua bella foto in redazione?»

«Piacere di conoscerla Linda, certo, iniziamo pure.»

«Se non le spiace registro, d’accordo?»

«Va bene.»

«Dunque, mi racconti qualcosa della sua vita, come è arrivato ad inventare il il gioco online più scaricato al mondo? C’è un punto in cui lei può dire: ecco, da quel momento la mia vita ha preso una piega differente. Ora è un uomo affermato, ha un’azienda quotata in borsa, secondo le mie informazioni deriva da una famiglia semplice, corretto?»

«Posso dire che tutto è iniziato in una vecchia barca abbandonata su una spiaggia di sassi, quando giocavo con un mio amico alla morra cinese, la famosa carta, forbici, sasso. Dopo il liceo non ci siamo più frequentati, io sono andato a Milano al Poli, come sa sono diventato ingegnere informatico, lui a Genova a fare il biologo.

Ero brillante, anche se non studiavo molto, non avevo ancora finito l’uni che mi ha chiamato la più grande azienda mondiale di progettazione di videogiochi per ragazzi. In due anni ho sviluppato molti progetti e mi sono reso conto di aver voglia di lavorare da solo. Così mi sono licenziato e ho brevettato il gioco CFS l’acronimo di Carta Forbici Sasso. L’ho messo online e nel giro di qualche mese è scoppiata la CFS mania. E sono diventato ricco

«E che fine ha fatto il suo amico? Vi sentite ancora?»

Guardo Pietro nella foto, non so più neanche che faccia abbia, eppure è anche merito suo se ho brevettato il gioco. Non ci avevo mai pensato. Forse dovrei contattarlo, coinvolgerlo. Cosa me ne posso fare di un biologo marino? Oppure dovrei dire cosa me ne faccio di un amico? Stringo il sasso.

«Ingegnere? C’è ancora? Mi sente?»

«Mi scusi Lidia, pardon, Linda, dobbiamo sospendere, mi può richiamare domani?»

«Peccato, ma va bene, la richiamo io, a presto e grazie per il momento.»

«Renata? Per cortesia chiedi a Lucio di fare una ricerca, voglio il numero di cellulare di Pietro Morelli, credo che abiti a Genova, ma non lo so di sicuro, dovrebbe essere un biologo, ha la mia stessa età.»

Allungo le gambe sulla scrivania e massaggio le tempie. Stasera a casa non ci sarà nessuno ad aspettarmi, niente moglie e figli e nessun un amico con cui bere una birra al pub. Nessun amico.

Qualcosa deve cambiare.

Di nuovo quel maledetto citofono, devo far modificare la suoneria.

«Ingegnere?»

«Dica.»

«Lo abbiamo trovato.»

«Chi?»

«Morelli, Pietro, quello di Genova, cosa faccio? Lo chiamo e glielo passo?»

«Tra un minuto.»

Accarezzo il mio sasso, perché qualcosa deve cambiare.


La borsetta

 È di un pallido rosa antico, piccola. La maniglia di pelle e una catenella dorata.

Sembra la borsetta di una bambola. Costa tanto, tantissimo. Bella, inutile.

Io nella borsa infilo più cose possibili.

In quante abbiamo già fatto l’elenco:

portafoglio enorme con ciondolo fatto a iniziale del nome,

porta documenti spesso,

chiavi (tantissime),

fazzoletti di carta per tutta la famiglia nuovi e appallottolati,

penne che a volte macchiano,

taccuino su cui scrivere i pensieri volanti,

piccolo libro di riserva nel caso abbia del tempo in coda,

cosmetici all’ultimo stadio così pesano meno,

burro di cacao sia per il mare che per la montagna, non si sa mai,

coltellino da togliere quando prendo l’aereo (me lo devo ricordare),

spazzolina con specchio,

telefono,

cavo di riserva che non uso mai,

batteria per la ricarica che di solito ha un cavo differente ed è scarica,

a volte uno snack per i ragazzi

e a volte l’acqua nella borraccia da 400 ml. giusto il necessario per non morire di sete nel caso mi perda nel deserto,

una vecchia lista della spesa su cartoncino che può servire come base se finisco in un supermercato senza averlo programmato.

Ora ho anche le mascherine nuove, e quelle usate, molto usate, perché buttarle?

E le salviette disinfettanti ma anche il gel igienizzante, piccolo ma c’è.

Le gocce di olio essenziale, credo di lavanda, per qualunque evenienza, non so di preciso quale.

La crema mani solida che profuma di gelsomino, la metto sui polsi e mi macchia il tappeto del mouse.

E l’ansia, di perdere qualcosa, o addirittura la borsa.

Me la sogno di notte. In tutti i miei spostamenti, a un certo punto, lei non c’è più.

Io cerco di ripercorrere gli ultimi passi, capire dove si è ficcata. Niente da fare: nel sogno svanisce insieme a una parte di me.

Mi sveglio allarmata. Ma lei è in corridoio, sulla poltrona al sicuro, con dentro i miei pezzi che stanno lì tranquilli come degli horcrux, tutti insieme, a ricordarmi chi sono e cosa sto facendo.

Negli ultimi tempi ho cercato di racchiudere più cose possibili in un bustone trasparente, in modo da poter passare da una borsa all’altra in poco tempo. Mi sembra una genialata.

Torno a guardare il bon bon rosa pallido antico, fa tenerezza nella sua ingenuità.

Quale valchiria della vita reale potrà mai portarla con sé? Forse solo la modella della foto, o una star con i tacchi a spillo, il tubino nero, senza calze in inverno e l’autista.

E questa divina dove metterà i suoi pezzi, quelli veri?

Di sicuro si trascinerà dietro un’altra borsa, reale e piena di cianfrusaglie.

Perché anche lei è una donna e da piccola ha visto la sua mamma, affannata, accompagnarla dalla palestra alla scuola, al corso per majorette, arrancando con il suo peso di Sisifo da cui faceva spuntare la merendina post allenamento o il giocattolo per farla stare brava nel traffico.

La rosa pallida mi sfida.

È lei che guarda me e mi sussurra con una vocina da lagna: — se saprai diventare sicura di te, potrai perfino avermi e usarmi. Non è necessario portarsi dietro la vita, sai? Basti tu, la chiave per entrare in casa, una sola, la carta di credito, il telefono, persino un piccolo fazzoletto di carta. Fine. Dentro di me ci sta tutto il necessario. Smettila di esagerare, sei patetica con tutti quegli oggetti infernali che ti trascini in giro. La borsetta piccola è uno status mentale. Poche se la possono permettere. Non è una questione di soldi ma di testa. 

Indossarla solo come esibizione non vale, se poi ti porti dietro un borsone pieno di paccottiglia. 

Devi avere la capacità di uscire solo con me e con te stessa.

La carognetta rosa non le manda a dire.

Davanti a me, in coda, tante borse giganti, sformate, piene di vite degli altri. 

Mi guardano con un sentimento materno di perdono. 

Hanno la certezza di racchiudere pezzi importanti, forse anche cose da buttare, certo. 

Sono solide loro, sanno che ciò che contengono mette insieme il carattere delle donne che le posseggono. Alcune sono bruttine e da pochi soldi ma ci sono, non tradiscono, affidabili come un cane da compagnia.

Chiudo la rivista di scatto e la ficco nella mia grande borsa che riesce a contenere pure la rosa antico. 

Lei un po' offesa ma, consapevole della sua perfezione, torna nel suo raro universo cartaceo, fatto di donne slanciate, truccate come i visagisti delle dive e, soprattutto, sicure di sé. 

Forse.


L’arco di trasformazione dell’aspirante scrittore


 Io all’inizio: — Voglio fare lo scrittore. 

Che entusiasmo.


Periodo scolastico

La mamma: — Tesoro, fai bene a leggere tanto, vedrai da grande, sarai una persona colta, troverai lavori magnifici.

Io: — Sono l’unico a scuola che legge e scrive nel tempo libero, gli altri giocano a calcio.

La mamma: — Vedremo poi, quando cercherete lavoro, chi ne troverà uno prestigioso e chi andrà a lavare i pavimenti.

Periodo in cui si cerca il primo lavoro

Io: — Sono laureato in lettere, vorrei fare il giornalista, ecco il mio curriculum.

Direttore del giornale locale: Bene, ma benissimo, potremmo iniziare con i necrologi, ci sono da ricopiare le previsioni del tempo e l’elenco dei locali aperti di domenica. Sa, siamo un giornale piccolo, bisogna imparare a fare tutto, anche le pulizie.

Io: — Certo, sono a disposizione. Non vedo l’ora di iniziare.

Direttore del giornale locale: — Guardi, facciamo così, lei si prende una bella partita iva, poi lavora da casa e mi manda le cose via mail. Sa fare i titoli? Basta cercare sul web, ci vuole un attimo, così noi le mandiamo il numero di battute necessarie e lei, già che c’è, fa anche una grande esperienza. Siamo d’accordo?

Io: — Sì, sì, da casa, i titoli, va bene. Imparo volentieri, dopotutto ho solo venticinque anni.

Periodo in cui si cerca il secondo lavoro

Io: — Purtroppo non mi bastano i soldi per arrivare a fine mese, sa, l’affitto, le spese. Ho quasi quarant’anni, non vado mai in vacanza, ci mancherebbe, sono ancora giovane. Devo concentrarmi sulla mia carriera. Sono già giornalista pubblicista, ecco il libretto.

Caporedattore del giornale nazionale con sede in provincia: — Bravo, complimenti, è così che vogliamo i nostri collaboratori. Tosti, determinati, dei segugi.

Io: — A proposito di segugi, io ho la passione per le inchieste, sa, il mio idolo è la Gabanelli.

Caporedattore del giornale nazionale con sede in provincia: Inchieste? Ehm, dunque, che tipo di inchieste? Perché qui, dopotutto, abbiamo dei riferimenti, cioè, la politica è importante, bisogna portare rispetto, sa… Quindi io direi che ci aggiorniamo prestissimo, appena mi si libera un buco, ok?

Periodo free lance

Io: — Guarda, non ne posso più del giornale, quasi non mi pagano, sgobbo tutto il giorno. Su quello nazionale non se ne parla neanche, vogliono solo dei lecchini. Ora mi faccio furbo e apro un bel blog. E vadano tutti a quel paese. Per fare la fame, tanto vale almeno poter dire ciò che si pensa.

Collega: — Che idea magnifica! E cosa scriverai su questo blog?

Io: — Racconti, viaggi, qualche ricettina particolare…

Collega: — Cosa? Ricettina? Ma per carità. Vuoi mica svilirti con il cibo? Devi mantenere un tono alto, elegante, devi spe-cia-liz-zarti! È l’unica via d’uscita in questo mondo globalizzato che ingurgita tutto. Ricette, ma per favore!

Io: — Ok, mi sembrava una bella idea, allora niente ricette.

Collega: — Bravo, tu dammi sempre retta e vedrai dove andrai a finire. Alti livelli.

Periodo scrittore di racconti

Io: — Gentile Rivista, ecco in allegato il mio racconto con il titolo che avete scelto voi, spero che lo possiate pubblicare. Non voglio compensi, sia chiaro, solo per la soddisfazione.

Rivista: — Gentile scrittore, grazie per il tuo bellissimo raccontino. Ci spiace, non è esattamente il genere che pubblichiamo noi. Sì, è un giallo, d’accordo, ma i nostri sono più sofisticati, misteriosi. Ti auguriamo buon proseguimento e… non ti abbattere, tieni duro, ritenta!

Periodo romanziere parte uno

Io: — Finalmente il mio romanzo è finito, non vedo l’ora di vederlo pubblicato, vediamo un po’ sul web come fare. Come? L’editing? Questa parte mi era sfuggita. Dunque bisogna trovare l’editor indipendente, certo, eccolo. Questo sembra simpatico, fa un mucchio di video, speriamo che non sia troppo caro.

Editor: — Caro scrittore, ciao, il tuo libro è molto, molto lungo, l’editing è un po’ caruccio, ma merita, te lo assicuro.

Io: — Se merita… e facciamolo, via, non mi metterò a fare lo spilorcio proprio adesso.

Periodo romanziere parte due

Editor: — Con questa ultima e-mail il mio lavoro è terminato. E tu cosa pensi di fare?

Io: — Mah credevo, dopo l’editing, di provare a pubblicare?

Editor: — Caro mio, fosse così facile, tu non scrivi male, no, ma ti consiglio, prima di provare a mandare il manoscritto a una piccolissima CE, dico piccola perché quelle grandi non ti filano di sicuro, di studiare bene narratologia, ci sono tanti corsi in giro, anche il mio non è male, ti assicuro che farebbe la differenza. Se vuoi arrivare alle case editrici di un certo… meglio studiare.

Io: — Dopo trent’anni in cui scrivo e leggo e scrivo e leggo, pensavo che fosse un po’ meno complicato, ma sono umile e, ci mancherebbe, bisogna sempre studiare nella vita. Mi butterò su tre o quattro corsi full immersion e alla fine ce la farò.

Periodo romanziere parte tre

Io: — Ho rifatto il libro, dopo tutto questo studio, due anni di corsi, prove, esamini, neanche uno andava bene, lo so, ma intanto ho imparato, sono certo. Dopotutto ho studiato al liceo, so bene la grammatica, consecutio temporum come se piovesse, all’università ho approfondito i classici.

Altro scrittore esordiente: — I classici? Ma stai scherzando? I classici non vanno più di moda! Devi farti le ossa sui contemporanei. Show don’t tell, evita i gerundi, abbatti gli avverbi, uccidi le eufoniche. Stephen King è il re.

Io: — Non è il mio genere, sì, ho letto qualche suo libro, è vero, è bravissimo, bravissimo, non oserei mai, ma io…

Altro scrittore: — E allora! Impara, asciuga, mostra, i profumi, le puzze, i colori, i rumori. E basta con le descrizioni, queste lagne alla Manzoni!

Io: — Io avrei il mio stile, sempre umile, ho studiato, dicevo, anche scrittori stranieri e poi narratologia, anche sceneggiatura, ho già fatto un editing.

Altro scrittore: — E i beta reader? Li hai coinvolti?

Io: — No. Veramente no.

Altro scrittore: — Io te li raccomando. Non hanno studiato proprio questa cosa, ma sono lettori forti, ti danno una grossa mano. Anzi, poi lo diventi anche tu, vedrai che salto di livello.

Periodo romanziere con i beta reader

Beta uno: Grazie per avermelo spedito, ci sentiamo presto.

Beta due: Non è il mio genere, passo! Ma sei simpatico.

Beta tre: Se io leggo il tuo, poi leggi il mio?

Beta quattro: L’ho letto tutto d’un fiato, moooolto coinvolgente, però l’incipit è da rivedere, non ci puoi mica buttare dentro il sogno. No no. E i dialoghi, non ti offendere, ma si può fare di meglio. Le descrizioni mmmm, non mi dicono molto, ti consiglio di tagliarle, e accorcia, accorcialo tanto. I personaggi, perdonami, ma sono tutti uguali. Non si sente la loro voce. Il finale poi, non sono affatto d’accordo. Insomma, con qualche aggiustatina, non sarà male.

Periodo essere beta reader

Io: — Eccomi cara, ti allego il file con tutte le mie segnalazioni, spero che ti siano utili.

Scrittore uno: — Grazie, ora non ho tempo di guardarle, ma grazie proprio.

Io: — Scusa mi mandi un file non in pdf?

Scrittore due: — E se poi me lo rubano?

Io: — Scusa, hai ragione, ti mando una dichiarazione, ma basta che tu faccia una mail pec e vedrai che i tuoi diritti saranno salvi.

Scrittore tre: — Guarda è lunghissimo il mio romanzo, quattrocento pagine, ma a me piace così, quindi, per favore, almeno tu, non mi dire di tagliare. Ok?

Io: — È dura leggere tutti questi libri in poco tempo, mantenere i contatti con gli scrittori, tutto gratis per carità, ma mi sembra di imparare tante cose, alla fine capirò cosa piace e cosa non piace in un romanzo, e il mio migliorerà.

Periodo alla cinquantesima revisione

Io: — Gentile Casa Editrice, allego ciò che resta del mio romanzo, la sinossi, un breve cenno sulla mia vita (solo le cose che possono essere interessanti per il libro), una scheda tecnica dettagliata. Non ho fretta, prendetevi tutto il tempo.

CE uno, due, tre, quattro, cinque: silenzio imbarazzante.

Periodo concorsi

Io: — Pronto? Segreteria del concorso? Bene, allora, come ho letto sul bando, allego il file (con le battute non inferiori a… e non superiori a…) poi ci sono tutti i miei dati, caso mai vi servissero, il bonifico, sì, sono disponibilissimo a fare anche il lettore degli altri concorrenti. Devo leggere minimo altri venti libri in un mese? Certo, sì, ovvio, grazie mille.

Periodo autopubblicazione

Io: — Allora finalmente ho finito, basta, non ce la faccio più a stare dietro a tutti, mi pubblico da solo e che vadano al diavolo. Il file è da caricare, come si fa? Difficile, meglio cercare on line. Un altro corso? Sempre l’editor? Va bene. Come, la copertina? Ah sì, ovvio, deve essere professionale, mica voglio metterci una foto presa dal mio archivio, sarebbe proprio volgare. E l’impaginazione, sono un cretino, anche quella va fatta come dio comanda, ecco, cerco il professionista, ci metto altri bei soldi, così viene un lavoro eccellente, dopotutto sono anni che ci lavoro, non posso fare una brutta figura.

Periodo libro pubblicato on line

Io: — Eccomi. Alla fine ho pubblicato. Anni di fatica, tanti soldi, cosa è successo?

Niente, niente di niente. Come sto? Bene, benino. Insomma, devo ammetterlo, non è che ciò che scrivo interessi molto. Dopotutto pare che un po’ tutti gli scrittori esordienti o sconosciuti siano nelle mie identiche condizioni. È una tragedia comune, insomma. Tanti scrittori e pochi lettori. Pure diffidenti. Se non sei un blogger famoso, chi ti considera? Io il mio blog è abbastanza visitato ma non sono famoso. Forse se avessi pubblicato le ricette… Al giorno d’oggi vendere cento copie è un miraggio. Bisognerebbe farsi pubblicità. Anche in questo caso sarà necessaria la pianificazione, il corso di marketing, certo che, altri soldini, mah, sono proprio indeciso.


Io alla fine: — Volevo fare lo scrittore. 

Che tenerezza.