Visualizzazione post con etichetta intervista. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta intervista. Mostra tutti i post

Intervista al Salone del libro di Torino 2026


Nuova intervista al Salone del Libro di Torino, se vi piace sapere qualche cosa di me e della mia scrittura, ecco il link:




Intervista al Salone del Libro di Torino 2025



Al SalTo succede di tutto, oltre a vendere i propri romanzi si possono raccontare i dietro le quinte delle storie che si raccontano, i progetti, le intenzioni dell'autore.

Ecco cosa mi ha chiesto la Strixina che si aggirava tra gli stand alla ricerca di novità.

Collegatevi qui e scopritelo: 

Intervista con dieci domande all'autore Marco Buttazzi


Un tempo cronista nel Ponente ligure, mio collega al settimanale "La Riviera", eravamo spesso in coppia, lui come fotografo, io come giornalista. Paparazzo accreditato presso i più prestigiosi festival del cinema (Cannes, Venezia) e della canzone (Sanremo), ha amato molto il giornalismo d’inchiesta, avendo avuto come fulgido esempio i due giornalisti del Washington Post che detronizzarono nientemeno che Nixon. Recentemente si è dilettato a scrivere il suo primo romanzo, Le umane imperfezioni, per sottrarsi alla dura realtà quotidiana. E conta di scriverne ancora tanti altri.
Per la foto, anche se è di qualche anno fa, ho voluto assolutamente che Marco mi mandasse quella con il suo sosia, Piero Chiambretti, sono identici, non trovate?

1 Parlami di te, cosa fai e cosa hai fatto nella vita, in particolare spiega cosa ti lega al mondo della narrativa.
Ho sempre avuto a che fare con il giornalismo e, soprattutto, con la fotografia in un’epoca in cui non era digitale e per pubblicarla dovevi saper lavorare in camera oscura. Il mio presente e il mio passato non c’entrano nulla con il mondo della narrativa. Posso però dire che ho la fortuna di possedere una libreria colma di classici della letteratura italiana, francese, tedesca, russa e americana. E sul mio comodino c’è sempre un libro di Pier Paolo Pasolini ad attendermi.

2 Cosa scrivi?
Vorrei scrivere racconti che affrontano temi di carattere sociale: storie di disoccupati, di sfruttati, di sottopagati che non arrivano a fine mese. Ma adoro anche la satira e l’umorismo nero che possono migliorare le condizioni di vita nella nostra società, denunciandone e correggendone le storture. Per esempio, nel cinema si può guardare al Dottor Stranamore di Kubrick, a Divorzio all’Italiana e a Sedotta e Abbandonata di Germi.

3 Il tuo ultimo lavoro di cosa parla?
Il mio ultimo lavoro, che è anche il primo, narra la storia di una giovane coppia in grave crisi dopo otto anni di matrimonio. L’argomento è molto severo e crea un profondo attrito tra i due coniugi che, a lungo andare, non sanno più come gestire al meglio la situazione.

4 Come funziona la tua creatività? Quando scrivi? Dove?
Scrivo quando mi si accende la lampadina ed esclamo “Eureka!”. Ovunque io mi trovi. A qualunque ora del giorno e della notte mi si può trovare con il naso infilato nel vocabolario della Treccani o nel sito web dell’Accademia della Crusca. Sono capace di alzarmi da letto, e riaccendere il computer alle quattro del mattino, perché mi è venuto in mente il vocabolo da usare in una particolare situazione.

5 Quale pensi che sia il tuo pubblico?
Posso dirti quale non è: i lettori che hanno meno di vent’anni. Ma per cogliere appieno le allusioni e apprezzare le sfumature del mio testo bisogna averne almeno il doppio. Quindi il mio pubblico di riferimento ha quarant’anni.

6 Come trovi l’ispirazione?
Tentando di ricordare dei film dove il problema di una certa scena o di un certo dialogo sono già stati affrontati e risolti. Tutto quello che ho scritto finora è pieno di minuscole citazioni di classici del cinema, ma non li menziono tutti perché altrimenti dovrei scrivere un libro a parte. Mi limito a indicarne soltanto alcuni e generalmente servono allo scopo. Talvolta mi aprono la strada verso percorsi inesplorati.

7 La cosa più pazza che fai quando scrivi?
Esigo il più totale silenzio. Ma siccome i telefoni hanno lo strano vizio di squillare proprio quando sono maggiormente ispirato, spengo almeno il mio. Tuttavia c’è anche quello di mia moglie da silenziare, ma non si può. Così non mi resta che una soluzione: scrivere alle cinque del mattino, quando si presume che stiano tutti dormendo nel raggio di qualche centinaio di metri...

8 Utilizzi beta reader, come ti trovi?
Benissimo! Sono due ottime collaboratrici con le quali l’intesa è perfetta. Lo devo ammettere: se sopportano un orso come me, non possono che avere la vocazione al martirio.

9 Cosa pensi dell’editoria attuale?
Non mi sono ancora fatto pienamente un’idea. L’editore mi sembra però una versione edulcorata del produttore cinematografico. Dopotutto un libro costa molto meno di un film, quindi il rischio per l’editore è decisamente inferiore.

10 Sei un esperto cinefilo. Analogie tra mondo della letteratura e cinema. Quali sono i punti d’incontro e in cosa si differenziano?
Fino a poco tempo fa ti avrei risposto senza indugio che le differenze erano abissali. Oggi ne sono meno convinto. Certamente il film è una storia narrata per immagini, e il romanzo per parole scritte su carta, ma la differenza si sta assottigliando sempre più.

Foto archivio Marco Buttazzi

Lo Chef delle Stelle


  Intervista a Giuliano Sperandio  
Executive Chef del ristorante Le Taillevent di Parigi 

Coprivo il dolore mangiando.
Potrei fare qualunque cosa, basta che sia manuale e che comporti un coinvolgimento passionale.
Più che fare da mangiare, aspiro alla bellezza dell’essere umano.
La libertà non è ribellione.
La passione è sacrificio, fatica, perseveranza.
L’attenzione e l’intuizione sono alla base della vita.
Il mio sogno… è un incubo.
Non so cosa sia la felicità. Forse un legame sensibile, un volersi bene.
Alle mie figlie voglio trasmettere libertà, leggerezza, impegno.
Quando liberi la parola, l’essere umano sta meglio.

Senza dubbio è uno chef eccezionale, ma anche un filosofo della vita. 
I suoi pensieri sono sorprendenti e fanno comprendere che, dietro a un grande successo, c'è un profondo ragionamento.
Le sue analisi comprendono spesso la parola libertà, parola che ha indagato in molte sue declinazioni.
L’intervista al bi-stellato Giuliano Sperandio si svolge nell’accogliente salottino dell’Osteria Paolomaria di Diano Borganzo. Il paesino tra gli ulivi da cui proviene l’Executive Chef del prestigioso e storico ristorante parigino Le Taillevent. Due ore in cui mi ha rivelato alcune parti di sé, senza paura, fidandosi. 
Sono certa che ognuno di voi troverà qualche cosa di interessante nelle sue parole.
Il suo successo affonda le radici in una profonda sofferenza, che a sua volta lo ha reso molto sensibile. Una sensibilità che può usare sia a suo vantaggio che contro di sé. 
Difficile trovare la via per non farsi male e per trasformare il dolore in serenità. 
Lui ci prova.

Conosco Giuliano dal 2009, anno in cui, apprese le sue gesta culinarie nel mondo, avevo chiesto a sua mamma Maria, che lavorava nel Comune di Diano Marina, se il figlio avesse avuto voglia di fare uno show cooking durante la manifestazione Aromatica che stavo organizzando.
Lei rimase quasi stupita dalla mia richiesta, con una riservatezza e modestia che si ritrovano nel figlio, ma presto arrivò la notizia che lo chef, già piuttosto noto, non solo sarebbe venuto, ma non avrebbe chiesto alcun compenso.
Fui colpita dalla sua disponibilità e freschezza. Nella cucina che gli avevamo riservato spopolò letteralmente. 
Cucinava con fiori e piante raccolti alla mattina presto, proponendo piatti dalla caratteristica leggerezza ligure, declinati con una fantasia sorprendente.
Con sé aveva portato una splendida ragazza, allora pasticcera, che aveva contribuito a rendere l’incontro unico e prezioso. Ricordatevela.

Passano gli anni, lo seguo su Instagram @sperandiogiuliano e vedo che è diventato il nuovo Dio del Taillevent. 
Mi informo sul web, caspita, che carriera! Ha lavorato con chef stellati in giro per il mondo e ora il locale che dirige ha due stelle Michelin, grazie a lui.

Lo contatto: — Credo che verremo a cena da te a Parigi, saremo lì di passaggio.
Risposta dopo pochi minuti: — Che piacere. Mi occuperò al meglio del vostro tavolo. Un abbraccio.

Parliamone. In un baleno arriva la serata a Parigi. Entriamo nel locale deliziosamente ovattato, dorato, profumato. 
L’accoglienza è personalizzata, ci accompagnano all’ingresso delle cucine, lo chef vuole salutarci. 
Ventisei addetti, vestiti di bianco, pendono dalle sue labbra. Lui, nonostante sia nel mezzo del servizio, ci accoglie a braccia aperte e ci fa dare un’occhiata alla magnificenza di una cucina perfetta. Ma come faranno a rendere lucida e intonsa ogni superficie?
Una volta raggiunto il tavolo, le pietanze che si susseguono sono scoperte di sapori che non penso esistano sulla terra. 
Il maître flamba facendo brillare padelle scintillanti, atmosfera gioiosa, leggera. Sembra di essere in un sogno. 
La salvietta calda sul tavolo per pulire le mani. 
Ogni dettaglio finalizzato a farti sentire a tuo agio.
Nei calici qualche cosa di divino.
Foto finale con lo chef davanti alla scenografica esposizione dei vini retroilluminata. Mi sa che si tratta di una sua idea, poi capirete.
Sentimenti di gratitudine, gioia e condivisione.
Ritorno a casa.
Combinazione della vita, Giuliano torna da sua mamma qualche giorno dopo, nel mio paesino di Borganzo.
Come potrei non intervistarlo per il mio Blog? Mi è sempre sembrato una persona speciale. Scopriamolo.

Gli scrivo di nuovo: — Pensavo, solo se ti fa piacere, di farti un’intervista.
Risponde subito: — Certo! Con piacere. Sono disponibile quando vuoi tu.

Ma dove si è visto uno al suo livello che non se la tira nemmeno un po’?
Eccolo, sorridente, che entra nel locale del nostro borgo, dove tutti passiamo volentieri per un brindisi, un aperitivo o una cenetta.
Paolo e Armando ci fanno accomodare un po’ in disparte e ci offrono un calice che mi auguro scioglierà le nostre parole.
Ma non ce n’è bisogno. In pochi istanti entriamo in sintonia, ci capiamo come vecchi amici.

— Raccontami la tua storia.
Tutto è iniziato con la perdita di papà. 
Ero un bambino. 
Non me l’hanno detto subito. 
Mi sono ritrovato a coprire il dolore mangiando. 
Cercavo di saltare la scuola dove non mi sentivo a mio agio e, per farmi perdonare dalla mamma, le facevo sempre trovare qualche cosa di pronto.
Giunto in terza media è arrivata la domandona: cosa vuoi fare da grande? 
E cosa può fare uno che non ha molta voglia di studiare? 
Lo si manda in una scuola tecnica, nel mio caso, l’alberghiera, visto che già cucinavo.
Non mi piaceva particolarmente lavorare in cucina, ma lo facevo bene, perché mi sembrava di trovare un po’ di me stesso in quella fatica.
La scuola la trovavo noiosa, non mi interessava, ma in quell'ambito ho fatto bellissimi incontri, persone che mi hanno aiutato.
A diciassette anni mi fanno partecipare a un concorso di cucina per scuole europee. Vinco il primo premio. Mi si aprono le porte delle cucine del mondo.
Quasi per gioco ho iniziato a fare piccole esperienze. Come prima cosa ho scelto il posto più difficile, in un hotel a Diano Marina, sapevo che lì non avrei avuto vita facile. Ma lo scelsi proprio per mettermi in gioco. 
Poi andai a Montecarlo, Roma, New York, in Toscana, in Svizzera. 
In Grecia, in un ristorante giapponese, avevo 24 anni, incrociai la ragazza che è diventata mia moglie  - la pasticcera di Aromatica - e con cui ho due figlie.
Anelavo a raggiungere l’alto livello.

— Quante lingue parli?
Tre e mezzo: italiano, francese, spagnolo e inglese, ma un po’ meno bene. 
Me lo immagino…
Mia moglie, essendo argentina, con le nostre due figlie parla in spagnolo, con me invece parlano italiano. Al lavoro e a scuola parliamo tutti francese.

Conveniamo che conoscere più lingue apre la mente, che certi concetti vengono espressi in maniera specifica solo in una determinata lingua, o dialetto, che la ricchezza, che deriva dalla diversità, arricchisce.

— Il tuo sogno vero?
È un incubo. 
Sorride… meno male. 
Perché il mio sogno era che non volevo deludere.
Sono molto sensibile e ho sempre dovuto prendere molte decisioni. In effetti il sogno si è avverato, sono più di ciò che volevo essere. 
Non gli credo fino in fondo, sono certa che da sé pretenderà ancora di più.

— E, a proposito di incubi, quali sono i tuoi?
Di notte sogno di non riuscire ad alzarmi, sono completamente bloccato, oppure ho dei vetri rotti in bocca, non posso parlare.
La moglie ora è psicoterapeuta, ha abbandonato la pasticceria… tranquilli, lui è in buone mani!

— Cosa è la felicità?
Non lo so. 
Se non lo sa lui… temo che sia difficile da raggiungere, per tutti gli altri comuni mortali.
Forse è essere soddisfatti di sé, accogliere, trovare legami sensibili, volersi bene.

— Ma hai un difetto?
Ci pensa qualche secondo, perché non ne ha!
Sono possessivo. Questo deriva dalla perdita paterna che ho subito da piccolo.

— Continuiamo con la tua storia, come sei approdato al Taillevent?
Durante il Covid, quasi per scherzo. Volevo andare via da dove mi trovavo.
Passavo spesso davanti a quell’antico ristorante e sognavo di stare lì. Per me era la Mecca di un cuoco. 
Scoprii che la proprietà cercava uno chef per uno dei loro ristoranti.
E, siccome adoro scrivere, per canalizzare le emozioni…
Lui scrive anche di notte, quando torna verso l’una dal lavoro, ed è capace di stare sveglio fino alle tre, per poi alzarsi alle sette. E io, che dico che a volte non ho abbastanza tempo per scrivere… mi vergogno un po’.
… Ho preparato tre fogli: spiegando cos’era stato il Taillevent, cosa era in quel momento e cosa sarebbe stato con me alla direzione.
Li ho lasciati alla proprietà durante il colloquio, specificando che io mi presentavo solo per il Taillevent e non per altri eventuali ristoranti del gruppo.
Mi fecero fare una prova un po' rocambolesca, visto i tempi dell'epidemia: nove piatti preparati in casa, trasportati nello zaino con lo scooter, cucinati su due piastre a induzione in un bistrot, non c'erano locali aperti.
Parigi era deserta, nel mezzo del Covid. 
Lui lo pronuncia alla francese, con l’accento sulla i.
Io me lo ero pure preso e non avevo né olfatto né gusto, che sono i sensi più importanti nel mio lavoro. Questo problema, tra l'altro, mi è durato un anno e mezzo, periodo in cui non sentivo più niente, col terrore che i miei sensi fondamentali non sarebbero più tornati.
In pratica quella sera ho cucinato alla cieca, senza poter assaggiare nulla.
E li ho convinti.
Ho firmato il contratto a marzo, abbiamo riaperto a settembre.

— E in quei mesi di attesa, cosa hai fatto?
Ho 'vissuto' il Taillevent chiuso.
Accompagnavo le bambine a scuola e poi entravo nel locale che era in fermento, come clausola avevo chiesto che venisse completamente rifatto. 
Mi sedevo su una banquette - un divanetto - e stavo lì per ore per cercare di capire come sarebbe diventato. 
La cucina ho voluto pulirla io nei minimi particolari, ho anche usato gli stuzzicadenti. 
Volevo che tutto fosse perfetto.
In molti mi dicevano che sarebbe stata una follia, che era un locale invecchiato.
Ma io lo ricostruivo nel mio immaginario, e lo vedevo proprio come doveva essere, giorno dopo giorno.

— Come ti trovi in un ruolo di così grande responsabilità?
Sono il direttore creativo. Se si innescano dinamiche che non mi piacciono, le stoppo immediatamente. 
Vivo in osmosi con il mio ristorante: tutto deve girare esattamente come lo decido io. Mi sono sempre sentito a disagio con me stesso e, se mi devo fare male, voglio farlo dagli alti livelli.
Ed ecco che la soavità lascia spazio alla determinazione, su certi argomenti si indurisce, perché per arrivare lì, solo lui può sapere i sacrifici e le difficoltà che ha dovuto superare.
Tra l’altro, la sua conduzione, ha portato due milioni di euro in più all’anno alla proprietà.

— Come fai a reggere ogni giorno ritmi così intensi e rendere tutto perfetto, sia a pranzo che a cena?
Suddivido la giornata in due. Al mattino mi concentro solo sul pranzo. Poi passo alla cena. Non riuscirei a pensare a un’unica, lunga giornata. Spacchettandola riesco ad affrontarla.

— Cosa c’è di tuo nel menu e cosa riporta alla tradizione?
Sento di portare sulle mie spalle l’eccellenza della Francia. Faccio una cucina di filosofia francese che si ritrova nell’immaginario mondiale: esalto il lato ricco, opulento. 
Di mio metto anche la ricerca di ingredienti difficili da reperire.
Come i piselli lacrima, che, vi assicuro, sono una delle sette meraviglie del mondo.
E spesso creo menu fatti su misura per i miei ospiti. Per non sbagliare, bisogna fare attenzione alle persone, ai loro desideri.

— Nella tua brigata c’è una collaboratrice speciale.
Emilie Couturier, lavoravamo già insieme otto anni fa, l’ho portata con me. Lei è super. È il mio metronomo. È fragile, è dura. Ci supportiamo umanamente.

— Ci sarà un momento in cui deciderai di terminare i tuoi tour de force? E se sì, cosa vorresti fare?
Per ora mi sento a metà del viaggio. Il mio intento è rendere tutto più leggero: il cibo, l’atmosfera, i rapporti. 
La leggerezza salva il mondo.
Ma, una volta giunto a destinazione nella mia carriera, aprirei un ristorante in spiaggia. Proprio qui in Liguria, vicino a casa. E farei ciò che si aspetta un bagnante: fritture, insalate, crudo di mare, panini e offrirei gelati confezionati per i bambini. 
Lo farò quando sarò in pensione.
Lo dice con un’aria divertita e mi sa che lo farà davvero. Se sarò ancora viva, vista la differenza di età, mi sono già prenotata come prima cliente.

— Cosa vuoi trasmettere alle tue figlie?
La libertà, la leggerezza, l’impegno, che si accettino per come sono. Hanno scoperto su Google cosa faccio, non ne avevano idea. È stato divertente, ora sono fiere di me. 
Mi batterò affinché in casa abbiano un esempio  che potranno seguire. 
Avere e dare attenzione.

— Parliamo dei dipendenti, come li recluti?
Quando sono arrivato al mio ristorante, ho dovuto costruire la brigata da zero. Ora ne ho ventisei da gestire. E la maggior parte, alla fine del loro percorso, li devo mandare via io. 
Di solito non guardo il curriculum, ma voglio capire dal colloquio, momento molto importante, se quel giovane è davvero determinato. 
Quando liberi la parola, l’essere umano sta meglio, è evidente. 
In queste situazioni entro nel mio ruolo del rigore, in cui chi lavora con me viene rispettato, ma deve dare il massimo. 
E mi racconta un paio di aneddoti in cui, come mentore per i giovani che vogliono intraprendere un lavoro in cucina, non è affatto male.
Dal dopoguerra, ogni generazione è scesa di un livello nella richiesta di determinazione nei giovani. Non è quindi colpa loro se oggi non sono tutti abbastanza motivati e disposti a soffrire.

— Cosa consiglieresti a un giovane aspirante cuoco?
Tra l’arroganza e l’ambizione e tra la presunzione e la consapevolezza c’è un filo sottile che bisogna comprendere prima possibile.
Non so se il giovane aspirante cuoco possa già comprendere certe sottigliezze, ma caro, se sei lì che leggi, sai cosa fare!

— Cosa è la libertà?
È un tema molto interessante. Che si riallaccia ai giovani. La libertà non è ribellione, non è promiscuità sessuale o cose del genere. Se sei connesso con la tua anima, allora sei libero. Anelo alla libertà pura, che si trasforma in rigore puro.

— E la passione?
La passione è una falsa definizione del piacere di fare qualcosa. La passione è sacrificio, fatica, perseveranza.

— Cosa diresti a un te stesso del passato, del presente e del futuro?
A me del passato: Ce la puoi fare. Guarda avanti e fallo senza limiti!
A me del presente: Adesso sei a casa, e, per questo, liberati!
A me del futuro: Abbiamo fatto tutto?

— Nella prima edizione di Aromatica ti avevo fatto incontrare Libereso Guglielmi, perché, nel vostro candore consapevole, mi sembrava che aveste qualcosa in comune.
Me lo ricordo benissimo. 
Libereso viveva della sua passione, è stato bello incontrare un uomo che per comunicare con gli altri usava le piante.

— Dimmi la verità, aspiri alla terza stella?
Fino alla settimana scorsa, no. 
Sorride con un brillio negli occhi. 
Però sì.
Sono qui in vacanza per meditare sulle prossime scelte.
Le stelle fanno la differenza. 
E io sono cresciuto nella 'mentalità della stella'.

Quale immagine più poetica poteva scegliere?

























Intervista con dieci domande all'autrice Greta Mercadante

Greta pubblica in self e cura ogni dettaglio delle sue opere, come piace a me. I suoi romanzi sembrano usciti da una casa editrice e questo è ciò che conta per alzare il livello di chi decide di auto pubblicarsi. Si tratta di un percorso non semplice, specialmente per chi inizia e per questo, quando incontro uno scrittore serio, cerco di farlo conoscere.

Greta Mercadante è nata a Rovigo nel 1977 e risiede da sempre a Cinisello Balsamo (MI). Sposata e madre di due bambini. Le sue prime pubblicazioni per Amazon "Un legame invisibile" e "Il perimetro del cielo" affrontano la problematica, tutta femminile, della perdita del lavoro e della ricerca del sé per reinventarsi in altri ruoli, con una narrazione quasi leggera e a tratti autobiografica.

1 A che punto del tuo percorso di vita ti sei sentita una scrittrice, e quindi hai deciso di pubblicare e perché?
A dire la verità, preferisco identificarmi come una "raccontastorie" piuttosto che una scrittrice. La decisione di pubblicare è stata motivata da un momento cruciale nella mia vita, un'esperienza personale che ha scatenato un'esigenza profonda. Volevo che le protagoniste dei miei romanzi, attraverso le loro storie, potessero offrire sostegno e conforto ad altre donne che affrontano difficoltà simili. Era importante per me creare un legame emotivo con le lettrici, far loro sentire che non erano sole nei loro percorsi di vita.

2 Cosa vorresti dire ai tuoi lettori? Che messaggio vuoi trasmettere?
Bè, sicuramente di scrivere una bella recensione! Scherzi a parte, ho iniziato a scrivere per trasmettere l'importanza di affrontare le sfide della vita con coraggio e determinazione, sapendo che non si è sole e che c'è sempre una luce alla fine del tunnel. Vorrei che le mie lettrici trovassero conforto e ispirazione nelle mie storie.

3 Secondo te possono coesistere i ruoli di essere donna, moglie, lavoratrice, mamma e anche autrice, senza ingolfare ulteriormente la tua vita?
Essere donna, moglie, lavoratrice, mamma e autrice è un compito impegnativo. Dalla mia esperienza personale, ho imparato che ci sarà sempre un ruolo che sembra prevalere sugli altri in determinati momenti, ma è proprio la capacità di bilanciare e adattarsi che ci permette di affrontare tutte le sfide. In fondo, ogni ruolo contribuisce a definire chi siamo e ci permette di esprimere la nostra completezza come individui.

4 Che stile ti caratterizza, cosa si deve aspettare un lettore dai tuoi romanzi?
Una cosa che mi rende orgogliosa e che mi differenzia da altri scrittori emergenti è che utilizzo il "tu" per narrare le storie, lo trovo un modo diverso per coinvolgere il lettore.

5 Quanto ci metti di te stessa nei tuoi personaggi?
Nei miei personaggi riverso molte sfaccettature della mia esperienza emotiva e delle mie riflessioni. Anche se, non smetterò mai di sottolineare che non sono una diretta trasposizione della mia vita.

6 Racconta qualcosa di pazzo che ti è successo nell’ambito della scrittura.
Non ho storie particolarmente folli da raccontare riguardo alla mia esperienza nella scrittura. Tuttavia, c'è un aneddoto che mi ha divertito parecchio. È successo più volte che le persone mi chiedano come faccia a "stare" con Teo, credendo che il personaggio della mia storia sia realmente mio marito.

7 Scrivere ti rende felice? Quale sensazione provi mentre crei una storia?
Scrivere è fonte di realizzazione personale. La sensazione che provo mentre creo una storia è difficile da descrivere a parole e si compone di tante fasi. È un misto di emozione, paura, felicità, trepidazione svuotamento, realizzazione ma anche un senso di responsabilità verso ciò che sto creando.

8 Preferisci scrivere o leggere?
Sono esperienze diverse ma altrettanto preziose. Scrivere mi consente di esplorare la mia creatività, di dare vita a mondi e personaggi e di condividere le mie riflessioni con gli altri. È un atto di espressione personale e di comunicazione che mi porta una profonda gratificazione.
D'altra parte, leggere mi offre l'opportunità di immergermi in mondi creati da altri autori, di esplorare nuove idee e di arricchire il mio bagaglio culturale ed emotivo.

9 Ora sei insegnante, quanto pensi che conti trasmettere il tuo amore per la parola ai tuoi alunni?
Nel mio ruolo di insegnante, ciò che cerco di trasmettere ai miei alunni non è solo l'amore per la parola, ma soprattutto la curiosità. La curiosità è la spinta che li porta ad esplorare, a interrogarsi sul mondo che li circonda e a cercare risposte.

10 Pensi che la scrittura scaturisca da situazioni difficili e dolorose, che sia un modo per esorcizzare la paura? Oppure cosa rappresenta per te la scrittura?
Assolutamente sì e può rappresentare anche una cura, un'opportunità di esplorazione personale, di connessione e di creazione di significato. È uno strumento potente che permette di dare forma alle nostre esperienze e di comprendere e trasformare le emozioni.

Se non li avete già letti, ecco su Amazon dove acquistarli in formato e-book o cartaceo, gratuito su Kindle Unlimited: 

Intervista con dieci domande all'autrice Elsa Lohengrin


Questa è un'intervista a cui tengo e, vedrete, le risposte sono molto interessanti sia per lettori che per scrittori. 
Elsa Lohengrin è nata in Inghilterra, è cresciuta in Italia e ora vive in Svizzera, dove divide le sue giornate tra l’attività di traduzione, lo studio della narratologia, la scrittura dei suoi romanzi, la sua famiglia e una miriade di altri impegni. Ha studiato scrittura creativa con alcuni dei maggiori esperti di storytelling negli Stati Uniti, conseguendo diversi diplomi. Scrive narrativa contemporanea e storie d'amore in italiano, la sua lingua di preferenza. Ha un marito e tre figli, e sogna di vivere in un paesino sperduto lungo la costa scozzese.

1 Che consiglio ti daresti se stessi iniziando a scrivere?
Mi consiglierei di non scrivere nemmeno una parola prima di aver capito esattamente cosa sia una storia e come si sviluppi una narrazione che coinvolga i lettori, in modo da non perdere un’infinità di tempo nel tentativo di mettere a posto storie che non funzionano perché scritte senza cognizione di causa.

2 Se potessi condividere un calice di vino, una birra, un caffè o una tazza di tè con uno dei tuoi personaggi, chi sceglieresti e perché?
Domanda difficilissima. Vorrei incontrarli tutti dal vivo! 
Mi sa, però, che alla fine sceglierei MacLeod, anche se con tutta probabilità non capirei un acca di quello che direbbe, ma non sarebbe male perdersi nei suoi occhi per una volta nella vita ;-D

3 Dove ti piacerebbe essere mentre scrivi uno dei tuoi romanzi? È importante la location o scrivi dovunque?
Mi piace scrivere in luoghi con vista sul mare, ma in generale scrivo ovunque, basta che ci sia silenzio. Non riesco a scrivere in luoghi affollati o dove c’è musica di sottofondo ad alto volume. Mi piace anche andare nel luogo in cui è ambientata una scena e poi tornare a casa e dedicarmi solo a descrivere quel posto, cercando le parole che userebbe il personaggio punto di vista per farlo, senza pensare a tutto il resto della scena.

4 Come riesci a conciliare il lavoro di autrice con tutto il resto (famiglia, altro lavoro)?
Prendo ogni giornata come viene. Ho smesso di fare piani, perché tanto succede sempre qualcosa per cui alla fine non riesco a portare a termine tutto quello che mi ero prefissata. Scrivo perlopiù di notte, perché ci sono meno interruzioni e posso davvero immergermi nei miei personaggi. Le mie giornate sono invece suddivise tra il lavoro di traduttrice, i miei tre figli, mio marito e le mille altre cose che ci sono da fare nella vita.

5 Come bilanci la necessità di soddisfare i lettori con la tua visione creativa personale?
Il Cigno è il primo libro che pubblico ed era anche il libro che volevo assolutamente scrivere. Non ho quindi modificato la storia per soddisfare i lettori o non disturbarli, perché non volevo scendere a compromessi. Ho invece tenuto conto delle reazioni dei lettori nello scegliere le tecniche narrative da usare, ma non considero questo sforzo una limitazione della mia libertà creativa, anzi: riuscire a portare i lettori dove voglio è per me una sfida costante che mi spinge a usare ancora di più la mia creatività.

6 Ti è successo di commuoverti mentre scrivi una scena toccante?
Non veramente: la parte analitica del mio cervello è molto difficile da spegnere! Riesco a immedesimarmi molto bene nei miei personaggi, ma quando scrivo e rileggo, sto esaminando decine di cose contemporaneamente e non c’è molto spazio per essere particolarmente sentimentali. Più che altro sono molto sadica con i miei personaggi, perché, finché non li metto davvero con le spalle al muro, quelli non imparano niente! Killian poi è stato davvero un osso duro…

7 Veniamo al tuo romanzo: Il Cigno. Quando ti è venuta l’idea di scriverlo e perché?
Il Cigno è nato per puro caso. In uno dei tre romanzi che avevo scritto prima del Cigno, a un certo punto è comparso Killian in un ruolo del tutto marginale. Volevo eliminarlo, ma continuava a tornarmi in mente, finché non è diventato così insistente che ho dovuto dargli ascolto e raccontare la sua storia. Con Il Cigno volevo anche dar voce a tutte quelle persone che, nel corso degli anni, mi hanno raccontato le loro storie di sofferenza, gioia e dolore e far loro coraggio.

8 Nella tua saga cosa è più importante? I personaggi, l’intreccio, il messaggio, l’ambientazione o altro?
Decisamente i personaggi. Amo plasmare i loro caratteri, i loro pregi e difetti e il percorso di crescita che affronteranno nel corso della storia. Amo poi metterli uno contro l’altro e vedere cosa succede. L’ambientazione, invece, non mi interessa così tanto. Certo, è un elemento importante in un romanzo e non va trascurata, ma non comincerei mai a scrivere un romanzo dalla descrizione di un luogo. Quella per me è sempre l’ultima cosa. Prima vengono i personaggi, poi la trama e il tema.

9 Come tratti il tema della diversità?
In modo quanto più naturale possibile. Per me ciascuno è libero di vivere la sua vita nel modo che più gli si addice.

10 Puoi raccomandare il titolo di un libro che ti ha segnato e ha influenzato la tua scrittura?
Io prima di te di Jojo Moyes per il suo modo di trattare temi devastanti come l’eutanasia in modo apparentemente leggero e ironico: anziché togliere potenza al messaggio, questo suo modo di scrivere coglie nel segno con una tale forza che il lettore è costretto a riflettere sulla tematica, che lo voglia o meno. È questa la bravura degli scrittori che davvero padroneggiano le tecniche della scrittura creativa moderna.

Trama del romanzo
Il dottor Killian Altavilla è senza parole. Dopo aver rinunciato al sogno di diventare medico legale per accontentare la sua ragazza, Mélanie, scopre di essere stato scelto come assistente di uno dei migliori medici legali in circolazione ed è costretto a rivalutare la sua decisione, con grande disappunto di Mélanie, che sperava di sposarsi e mettere su famiglia entro l’anno.
Ma non appena Killian incontra il suo nuovo capo, il Professor Lachlan MacLeod, il mondo perfetto che si è creato intorno comincia a sgretolarsi. Il rapporto con Mélanie diventa sempre più conflittuale e la sua vita quotidiana si trasforma in una gabbia dorata.
Perché Killian non è quello che tutti pensano. Killian si porta dentro il peso di una scelta fatta quando era troppo giovane e ne paga le conseguenze ogni giorno, anche se non lo vuole ammettere. Eppure adesso è arrivato il momento di guardare negli occhi il Cigno e di fare i conti una volta per tutte con il passato che sta disperatamente cercando di ignorare.
Riuscirà a salvare la relazione con Mélanie e a diventare medico legale o crollerà sotto la pressione dei ricordi risvegliati dall’imponente figura di MacLeod?
Il Cigno è il primo romanzo autoconclusivo della Saga degli Altavilla, una serie dedicata alle vicissitudini sentimentali dei membri di questa numerosa ed eclettica famiglia contemporanea.

Presentazione del protagonista
“Esistono cose nella vita che non vogliamo vedere, che non vogliamo ammettere nemmeno a noi stessi, perché riconoscerle vorrebbe dire abbandonare il mondo in cui ci sentiamo comodi e protetti, vorrebbe dire affrontare la realtà, sovvertire i poli della nostra esistenza, andare incontro all'incognito con tutti i suoi rischi. Ma poi succede che incontriamo persone che scardinano le nostre certezze, che ci costringono a vedere anche quello che non vogliamo, che ci fanno capire chi siamo veramente. E alla fine dobbiamo scegliere. Dobbiamo scegliere se tornare nella nostra gabbia dorata e chiudere la porta per sempre o spiegare le ali e volare verso l'infinito. Piacere, sono il dottor Killian Altavilla e questa è la mia storia.”

Se non lo avete già, ecco dove acquistarlo in formato e-book o cartaceo, gratuito su Kindle Unlimited: Il Cigno di Elsa Lohengrin su Amazon


Intervista all'autore Elio Di Maio

 


1 Perché hai scritto il tuo romanzo: “Se corri più del destino”?
Perché ho sempre creduto di avere talento con la penna. Ho così voluto verificare se questa mia impressione fosse vera o meno, sottoponendomi al giudizio del pubblico.
Volevo anche condividere le mie fantasie e suscitare emozioni nel lettore. Ogni volta che leggevo un libro, sentivo una vocina che mi diceva: ‘Che bello, quanto è emozionante, perché non lo faccio anch’io?’

2 Nel libro hai inserito qualche cosa di personale o è tutto inventato?
Se dovessi metterlo in termini di percentuali, posso dire che un buon ottanta per cento nasce dalle mie esperienze. C’è una parte del romanzo che parla proprio di me, ma non svelo quale, lascio spazio all’intuizione del lettore. Si tratta di un personaggio che… sono io!

3 Perché un lettore dovrebbe acquistarlo?
Il libro, a mio avviso, dovrebbe essere acquistato da chi ha un’anima da ‘ramingo’, hai presente quei pionieri che vanno alla ricerca del nuovo? Io ho utilizzato uno stile di scrittura particolare che non ho ritrovato in altri testi che ho letto. Questo romanzo potrebbe interessare a chi ama l’avventura, l’amore, il thrilling. A lettori che non si limitano a determinati generi, che sono disposti a uscire dalla loro comfort zone, che sono disposti a sperimentare.

4 Nel tuo modo di scrivere, cosa c’è di innovativo?
Ho realizzato un continuum tra discorso diretto e indiretto, senza l’utilizzo dei dialog tag, cercando di realizzare un trait d’union originale tra i due momenti della narrazione.
Il racconto è gestito, in molte parti, dalla voce della coscienza del personaggio, questa è una scelta più comune, ma io ho cercato di personalizzarla, utilizzando un mio stile che credo sia facilmente riconoscibile.

5 Tu sei uno psicologo: psicologia e scrittura, possono avere qualche cosa in comune?
Ovviamente sì, anche in un testo di narrativa. I miei personaggi sono connotati da profili psicologici ben delineati e facilmente distinguibili uno dall’altro. Con l’aiuto della psicologia ho definito diversi tipi di relazione tra i personaggi, per poter conferire loro delle proprietà emotive differenti, sia in termini di contenuti che di profondità delle relazioni.

6 La tua vita in poche parole.
Potrei scegliere la fenice per rappresentarmi, un animale mitologico che conoscono tutti, in grado di rinascere dalle sue ceneri, di innovarsi nello splendore della sua magnificenza. La mia vita può essere paragonata a questo ‘risorgere’ della fenice. Ad un certo punto io mi sono trovato a un bivio e ho scelto di risorgere.

7 Come reagisci alle critiche?
Dipende, se la critica è costruttiva la prendo di buon grado e la interpreto come spunto per migliorare. Infatti, nella stesura del libro, ho potuto collaborare con più persone che mi hanno dato ottimi consigli, indispensabili per poter arrivare dove i miei occhi non riuscivano a osservare. Invece non digerisco bene la critica gratuita, fine a se stessa, che ha scopi diversi da quelli di evidenziare effettive mancanze.

8 Cosa vorresti fare ‘da grande’? Parlaci del tuo ‘vero volere’.
Voglio migliorare sempre di più le mie competenze in ambito psicologico, per poter aiutare, in maniera professionale e competente, le persone che si rivolgono a me.

9 L’esperienza più bella che ti ha regalato la scrittura.
La scrittura mi ha regalato serenità. Il suo valore terapeutico è ampiamente riconosciuto anche in ambito clinico. Posso sottolineare il fatto che il ‘premio’ più grande che ho ricevuto, deriva dall’affetto delle persone che mi hanno inviato feed back stupendi, dopo aver terminato la lettura del romanzo, e hanno voluto condividere le loro emozioni con me. Quindi, il contatto con il lettore, è stato davvero un’esperienza bellissima.

10 Cosa vorresti che ti chiedessi?
Questa è una domanda da psicologo. Perché molto spesso, in terapia, si cerca di far sì che sia il cliente a ‘condurre le danze’, anche attraverso questo tipo di domande, che servono per stabilire un focus terapeutico.
Forse potrebbe essere: scriverai un secondo libro? Ci sto pensando, perché la scrittura è un vero e proprio mestiere, al quale è necessario dedicarsi anima e corpo, io la considero una vera e propria professione, con la P maiuscola. 
Per ottenere risultati professionali è necessario dedicare, quotidianamente, diverse ore per stendere il testo e per correggerlo. 
Ora devo ricaricare le batterie, perché la scrittura del primo romanzo è stata impegnativa, molto coinvolgente. Più avanti, se riuscirò a incastrare gli impegni professionali con la mia motivazione, potrei progettare un nuovo libro. Ogni tanto ci penso, prendo appunti… e magari, da quelle ceneri, emergerà la mitica fenice.

Intervista all'autore Dario Zizzo


1 Parlaci di te in duemila battute.
Sono un tipo emotivo, per esempio anche ora sono emozionato, non mi capita solo dal vivo, ma anche di fronte alle domande scritte; ora sto sudando per la tensione, meno male che è un'intervista scritta e non si vede e sente niente, non è un bello spettacolo; un secondo ché vado a cambiare la camicia… Allora, dove eravamo rimasti? Posso considerarmi un attivo lettore, i miei scrittori preferiti sono Tondelli e Fitzgerald; tra le mie opere due racconti pubblicati nelle antologie "Vacanze e altri disastri" e "Senza tema" degli Autori Solidali (ex Cazzeggio Solidale) e uno in "Dentro una bolla-Adolescenza" del Gruppo FB Sognalibro; il ricavato di queste tre raccolte va in beneficenza; il mio primo e ultimo romanzo, almeno così si spera (c'è anche una petizione, "Sequestriamo le penne a Dario Zizzo, e anche il computer") è "Rivoglio i Matia, con Antonella Ruggiero".

2 Riassumi il tuo romanzo in duecento battute.
È una lettera scritta dall' aspirante scrittore Agilulfo alla sua ex, Arianna, alla vigilia della pandemia dal paese ideale di Terrasicca, in Sicilia; la missiva diventa l'occasione, ormai vicino ai cinquant'anni, per guardarsi dentro, guardare dietro, specialmente a quand'era un ragazzo, negli anni Ottanta: "Se dovessi definire quegli anni, gli Ottanta, direi che furono anni colorati come Boy George, come gli Swatch, psichedelici, di luci psichedeliche, furono una selva di flash sparati contro gli occhi, forse delle monete d’oro false brave a trarci in inganno…". Ma chi è realmente Agilulfo?

3 Dove scrivi?
Dove capita, principalmente sul divano, tanto è vero che sto pensando a una sponsorizzazione di poltronesofà.

4 Cosa hai intorno, sulla tua scrivania (o nel luogo dove scrivi)?
Intorno ho sempre il mio nipotino, Ernestino, è molto affezionato, è un bambino prodigio, ha il superpotere di moltiplicare i soldi, i suoi, da grande diventerà un mago della finanza; chi mi conosce sa di cosa sto parlando.

5 Preferisci scrivere di giorno o di notte?
Preferisco scrivere di giorno e leggere di notte, un po' per uno, non fa male a nessuno.

6 Utilizzi l’ausilio della musica o hai bisogno di silenzio?
Qualche volta ascolto la musica, può essere fonte d'ispirazione, stravedo per i Baustelle.

7 Come ti è venuto in mente il titolo del tuo romanzo? Lo hai scelto tu o la tua CE?
L'ho scelto io. Volevo un titolo eccentrico, come il romanzo; cosa c'entrano i Matia Bazar? Non chiedetelo a me perché non lo so, per non spoilerare non ho letto il finale; se l'avessi fatto, di sicuro mi sarebbe scappato dalla bocca; anzi dovrei chiedere a qualche lettore come finisce la storia, perché se qualcuno me lo domandasse, nemmeno saprei dirglielo.

8 Cosa pensi dei gruppi di scrittori sui social?
Tutto il bene possibile, quasi sempre ci si confronta, consiglia, sostiene, nascono non di rado delle vere e proprie amicizie; c'è tanto amore spesso nel lavoro di questi autori, tanto sacrificio, e vi sono anche alcune opere che non hanno nulla da invidiare a quelle di scrittori affermati.

9 Preferisci scrivere a mano su un taccuino o fai le stesure già sul pc?
La seconda, perché, prendendo appunti, mi sembrerebbe di copiare da un altro, se mi si presenta l'ispirazione, che so, mentre sto mangiando un'arancina, io mi obbligo a non prendere appunti, perché devo ricordare quanto è frutto di questa mia ispirazione (forse si tratta di un discorso un po' contorto) e poi mi scoccerebbe lasciare l'arancina da sola, ché poi magari quella s'arrabbia e mi diventa un arancino.

10 Titolo del prossimo romanzo?
"Il titolo inesistente", perché non ci sarà un prossimo romanzo, nel mio caso seguo alla lettera quanto detto da un famoso scrittore di cui mi sfugge ricordo il nome: "Nella penna di ogni scrittore c'è solo un romanzo".

11 Di solito quante sono le revisioni del tuo romanzo?
Innumerevoli e devo dire che non mi sono mai stancato, perché questo romanzo mi piace e io piaccio al romanzo, un giorno o l'altro ci sposeremo e genereremo tanti piccoli racconti.

12 Utilizzi alfa / beta reader?
Nel mio romanzo no, quando l'ho scritto ero un novellino e non conoscevo colleghi che potessero aiutarmi.

13 Come pubblicizzi le tue opere?
Perlopiù attraverso i social.

14 Se hai sentito parlare dell’intelligenza artificiale che crea contenuti, tra i quali anche storie, cosa ne pensi?
Io oppongo fieramente all'intelligenza artificiale la mia demenza naturale, spero possa essere la carta vincente.

15 Hai mai pensato a come potrebbe essere il tuo lettore / lettrice?
Disperato/a; non so quali nefandezze abbia compiuto per meritare questo supplizio.

16 Vorresti vivere di scrittura o hai altre passioni?
Nella mia immensa demenza ho solo un barlume d'intelligenza che mi permette di comprendere una cosa: non potrò mai vivere di scrittura dal punto di vista materiale, anche se vivo di scrittura da quello spirituale; questa me l'appunto e la riciclo per un'altra intervista; ma no! avevo dimenticato che non prendo mai appunti.

Febbraio 2003 - intervista a Giulietto Chiesa: "Non ci sono più guerre giuste perché ogni guerra è contro noi stessi"


“Mentre a Sanremo fanno la tenda della pace di là fanno il festival: apparentemente canzoni, in sostanza politica persuasiva”. Così esordisce Giulietto Chiesa, durante la strada che dall’aeroporto di Nizza lo porta a Sanremo, in pieno clima festivaliero.

La sua meta non è l’Ariston, come qualche anno fa, quando incontrò Gorbaciov nell’edizione condotta da Fabio Fazio. Questa volta è la tenda della pace, in uno spazio dedicato al periodico Libertà della Spi - Cgil.

Chiesa arriva corrucciato, come sempre, di poche parole. Ma quando si toccano certi temi si appassiona:

Secondo te è giusto e ragionevole allestire un presidio per la pace durante il festival di Sanremo?

“È giusto, ormai la comunicazione è il centro del mondo, il problema non è più combattere per questioni morali: chi non sa comunicare non esiste. E, a proposito di comunicazione, oggi per me è un giorno nefasto. La sinistra non ha capito niente. La nuova proposta per il c.d.a. della Rai è scandalosa. Non servono Santoro e Biagi in prima serata per ristabilire la democrazia. Bisogna pensare a Vespa, alla Venier, ai terrificanti talk show che continueranno a impestare i palinsesti. Paolo Mieli non cambierà nulla. La tv italiana è la più indecente d’Europa”.

Come uscirà la sinistra italiana da questo periodo di stallo?

“I suoi dirigenti hanno finito, ora non resta che andarsene. Mescolare le carte e vedere chi ha la possibilità di emergere. A mio parere il migliore è Cofferati. Questi ci porteranno a una nuova sconfitta. Non hanno più voglia di combattere, non fanno battaglie sociali, sono più a destra di Schroeder e Chirac. Ma per la prima volta il movimento della gente è più forte di loro. Sono talmente senza idee che vogliono persino consultarsi con me. In questi giorni vado a parlare con Gavino Angius, ma non servirà a nulla”.

Quando scoppierà la guerra contro l’Iraq?

“Dal 17 marzo entro fine mese. L’America riuscirà ad avere gli alleati necessari, mercanteggerà, anche se ho visto soldati americani passare dalla Turchia senza permesso. Gli stati Onu, contrari alla guerra, voteranno semplicemente contro, ma senza utilizzare il diritto di veto. Se accettiamo questa guerra, riconosciamo indirettamente che gli Stati Uniti hanno il diritto di violare qualsiasi convenzione. In Italia anche il centro sinistra si schiererà a favore della guerra, con la scusa di voler difendere l’Onu”.

— È una guerra necessaria?

“Se fossi stato sufficientemente grande e coraggioso, nel Quarantacinque avrei combattuto contro i nazisti. Se qualcuno limita le nostre libertà, si deve reagire. Ora viviamo in un mondo globalizzato, siamo interconnessi e ogni azione si ripercuote a livello planetario. Quindi non ci sono più guerre giuste perché ogni guerra è contro noi stessi. La maggior parte della gente non vuole questo scontro, desidera vivere in pace con il resto del mondo e intuisce che da questa guerra nasceranno solo guai”.

E dopo lo scoppio della guerra cosa succederà?

“Una destabilizzazione generale. In Palestina l’espulsione massiccia dei palestinesi dai territori, la riconquista totale del paese da parte degli israeliani. Incremento del terrorismo in tutto il mondo e progressivo dominio monopolare sul pianeta da parte dell’Impero con conquista dell’Iran, Siria, Corea del Nord e infine la Cina. Quest’ultimo paese sarà l’unico da qui al 2017 a potersi opporre all’Impero: si sta attrezzando con ingenti riserve auree e dollari perché la destabilizzazione arriverà anche sul piano finanziario. Si arriverà alla fine dell’Occidente, quindi il progetto americano non è accettabile”.

Stai per inaugurare una nuova emittente televisiva?

“Sì, probabilmente si chiamerà Millecittà, potrà vedersi in chiaro con la parabola e trasmetterà per quattro ore, ogni sera, con un telegiornale ogni ora della durata di quindici minuti. Apriremo le trasmissioni verso la metà di marzo”.

Nel suo ultimo libro “La guerra infinita” Giulietto Chiesa spiega le varie fasi della globalizzazione americana, finalizzata al dominio mondiale e dice: “Resta però un interrogativo aperto e angosciante: nulla autorizza a ritenere che i cinque sesti dell’umanità, che vivono nella più assoluta indigenza, accettino supinamente la miseria in cui vivono. Questa guerra si può anche perdere”.

Guja Boriani

Grazie a Lucia Codato che mi ha chiesto di ritrovare questo articolo uscito su "La Riviera".