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Recensione del romanzo Guatemala - Anno del Signore 1975 di Patrizia Gaslini e breve intervista all'autrice


Nella nota dell’autrice si legge: 

È una terra che si racconta, vibra, risuona, canta. 

Ed è proprio dalla terra che sembra risalire questo racconto che definirei corale, anche se la vera protagonista, oltre alla magnifica ambientazione, è una dottoressa dal nome evocativo (e parlante): Fiamma D’Oriente. 
Bionda e con occhi azzurri che non possono tacere, così diversa, arriva come volontaria in una sperduta missione gestita da Padre Luca, prete impegnato a espiare il suo peccato che nasconde come un segreto inconfessabile. 
Tra i personaggi più intensi c’è Juanita, la Vieja, una piccola e antica sciamana, guaritrice, cuoca sopraffina, amica degli animali. Lei è come la terra, è accogliente, dolce e profumata, ma anche determinata e dura, all’occorrenza. 
I bambini della missione la adorano, tutti la amano e la ascoltano. 

"Lo sciamano capo in persona l’aveva addestrata all’arte di sapersi muovere, ora come il giaguaro, ora come il cobra: le ripeteva che l’animale più goffo, rumoroso e prevedibile, è proprio l’uomo, il cui odore, i cui pensieri, le cui intenzioni vengono captate a centinaia di metri di distanza."

Sembra che in fondo sia lei o la sua saggezza a tirare le fila del racconto, insieme alla sua aquila guida che sovrasta le pochezze umane in quei cieli immensi, orizzonti infiniti, capaci di regalare colori stupefacenti, uragani paurosi e terremoti catastrofici. 
I Cenfuegos sono una famiglia simbolo di sfruttamento e ferocia nei confronti del Popolo affamato e sottomesso, con l’aiuto di Francisco de Blanc, figlio di un Generale in carriera, che deve decidere che strada prendere: seguire le terrificanti direttive del padre o assecondare la sua indole dolce e artistica. 
Fiamma si trova in mezzo a situazioni difficili, malati da curare, uomini forti abbattuti da mostri senz’anima. La sua discesa verso l’inferno della cattiveria umana sembra non finire mai. 

"La malattia è dolore, ma anche riflessione e un paio di occhi nuovi per vedere il mondo, quello di tutti i giorni, quello dove, a volte, ci si accanisce per sciocchezze e ci si abbatte per cose futili, quello dove una giornata di pioggia è uguale a una di sole, quello dove tutto scorre senza mai fermarsi, mentre il nostro mondo interiore ha bisogno di attenzione e ritmi più lenti." 

Questa frase di un paziente la fa riflettere e tutti i passaggi del romanzo fanno meditare e crescere il lettore che, capitolo dopo capitolo, si immerge sempre più in quella terra fatta di alberi, grotte, acqua, montagne, altopiani. 
E poi ci sono il terribile Rossano Cenfuegos, tirannico e patetico marito di Regina, la donna che impara a ribellarsi, in un cammino che è insegnamento e luce per tutte le donne oppresse e umiliate. 
Candido, amico, compagno, figlio, dal volto radioso, non si può non tifare per lui, e il buono e affidabile El Gigante. 
Fiamma sopporta situazioni paurose e si fa in cento per aiutare quella gente senza speranza, finché non si accorge che c’è qualche cosa che non sa, di cui non l’hanno messa al corrente, e fugge, sentendosi tradita, sola, estranea, indegna anche di quella fiducia che, in fondo, le dovevano, come unico compenso al suo lavoro e alla sua dedizione. 
Moreno è il cattivo più cattivo di tutti, perché ha un ‘difetto fatale’ che lo spinge a reagire, ad andare contro gli insegnamenti di Padre Luca e le sue vendette sono temibili e terribili. I suoi occhi di colore diverso diventano simbolo della guerriglia interiore che lo caratterizza. Solo l’immagine della Madonna, e quindi l’amore, forse, lo può fermare. 
Non manca il Popolo, silenzioso, laborioso, rispettoso: 

“Questa gente ha bisogno di poco, non ha pretese e comunque andranno le cose, sarà grata a questa missione e alle persone che si sono date da fare per loro. Imputeranno ogni tragedia al Cielo e la trasporteranno sulle loro spalle, come uno dei tanti fardelli di cui sono abituati a farsi carico, in modo rassegnato ma consapevole e nella disgrazia, come nella gioia, saranno solidali più di quanto non siano stati già prima che questa calamità naturale si abbattesse sulle loro vite.” 

Le vite dei personaggi si intrecciano, si scontrano, nascono amori e muoiono innocenti, in quadri epici, degni della narrativa americana novecentesca, in cui le piccole storie quotidiane diventano simbolo e narrazione universale. 

Un libro bellissimo e scorrevole, che consiglio vivamente a chi ama i racconti avventurosi, con cenni di romance, con una base storico sociale intensa e un’umanità eroica mossa da ideali universali.

Domande all'autrice:


Perché hai scritto un libro con questa tematica:

Perché Il Guatemala è stato il primo viaggio della mia vita, anno 1985, quando la globalizzazione non aveva ancora piantato le sue radici nefaste. Un viaggio avventuroso, nel cuore di un paese straordinario per la natura, il folklore, la gente semplice e accogliente e quel senso di magico radicato nelle abitudini, insieme alla credenza che Dio sia ovunque, nelle montagne, nei raccolti, nelle stagioni e che gli spiriti si trovino negli oggetti e tengano insieme l’universo.

Della sua situazione politica invece, ignoravo pressoché tutto; per girare il paese ci avevano obbligato a mettere dei cartelli sul cofano delle jeep, con ben visibile la scritta ITALIA per identificarci in caso di blocchi militari. Al rientro, avevo deciso di approfondire l’argomento. Così avevo letto gli scritti di Rigoberta Mentchù e della sua lotta contro l’annientamento della cultura Maya, da lì avevo scoperto l’esistenza di documenti come la Memoria del Silencio e Nunca Mas coi loro contenuti di inenarrabili violenze e genocidio, e i rapporti sui desaparecidos che in questo paese hanno superato per numero quelli del Chile di Pinochet. 
Così sono stata folgorata da una realtà che ero lungi anche solo dall’immaginare: solo una delle tante guerre dimenticate e sconosciute al mondo. Da tutto questo ha preso parola il mio racconto.

Cosa vuoi trasmettere al lettore?

Che un titolo è già un intero romanzo
Che è solo facciata quel che vediamo degli altri
Che umanità è comprensione
Che la natura è Dio
Che il caso ci prende per mano e la vita è il suo disegno
Che in Guatemala, la libertà ha le ali del quetzal

I personaggi sono ispirati a persone vere?

I personaggi sono frutto della mia immaginazione. Sono usciti dalla penna e hanno preso vita un po’ per volta, senza un modello a cui ispirarmi, senza riferimenti a qualcuno, avendo però ben presente il contesto in cui si muovevano e i racconti documentali di quel periodo. E anche se non sono persone vere, sono certamente esistite figure identiche con nomi diversi, perché la storia si ripete, i cattivi sono cattivi, assassini o carcerieri, e la loro ferocia può vestirsi di mille versioni, così come i buoni sono sempre buoni, vittime o eroi, e loro azioni mirano sempre allo stesso fine: evitare che il male trionfi. Si tratta solo di dare volti e fisionomie ed essere consapevoli che comunque la realtà supera sempre la fantasia.

Che cosa rappresenta per te il Guatemala?

La mia giovinezza, il mio primo viaggio, il mio romanzo.

˜˜˜

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Amor Roma - recensione del romanzo di Eliana Calabria


Finalmente ho letto un romanzo di attualità che parla di sentimenti e di una famiglia normale, come potrebbe essere la nostra, con problemi quotidiani che tutti dobbiamo affrontare: le relazioni, le paure, le malattie, il passato.
Eliana Calabria, l’autrice di “Amor Roma”, Argento Vivo Edizioni, è davvero stata brava a regalare al lettore una scrittura semplice e pulita (grande pregio), entrando nella psicologia di tutti i componenti della famiglia, in particolare della protagonista, Anna, che, raggiunto il periodo della maturità, si mette in discussione, o forse in gioco e, da personaggio stanco della sua poco interessante esistenza, mossa da una manciata di lettere intriganti di cui viene in possesso apparentemente per caso, diventa protagonista attiva, con tutte le contraddizioni, le paure e le fatiche di una persona vera: Anna inizia a fare scelte e a dirigere la sua vita, nel bene e nel male. 
Roma fa da magnifico sfondo agli spostamenti di Anna, brillante agente immobiliare, madre di Ilaria che soffre delle tipiche patologie adolescenziali, moglie di Giorgio, un marito attraente, forse un po’ troppo distratto.
Interessante la figura della madre, Dénise che, con un certo cinismo da ex attrice consumata dice alla figlia: "Ricordati che non esiste matrimonio senza corna". Infatti ne sa qualcosa Dénise, perché il marito, Pino, solitario signore amante del buon vino e della musica, ha avuto le sue belle distrazioni, ad un certo punto della loro vita. 
E a mettere il coltello nella piaga della tranquilla famigliola, interviene una giornalista, Francesca, ben determinata a raggiungere il suo scopo. 
Le carte si mescolano, gli animi si alterano, Anna si distrae e si inquieta. Un vecchio appartamento svela i suoi segreti, i componenti della famiglia vengono attraversati da un terremoto, l’arco di trasformazione dei personaggi fa il suo corso, e io non vedevo l’ora di sapere come sarebbe andata a finire. Terminato di notte, invece di dormire… 
Bellissima la scelta della copertina: un quadro di Hopper in cui una donna, avvolta e abbattuta dalla luce della sua stessa solitudine, legge una lettera.

Io, personaggio narrato in terza persona - raccontino su ordinazione


Codàrdia. Il marito la chiamava così. Ormai aveva terminato il suo primo romanzo e il lavorio per prepararsi alla pubblicazione sembrava eterno. Ogni scusa era buona per rimandare.
Ma cosa si era messa in testa quella pazza? Si era messa in testa di scrivere un romanzo tutto suo, intenso come quelli che le avevano tenuto compagnia fin da piccola. Curato, pieno di particolari, con tante avventure.
Ma il tempo? Dove trovare il tempo?
Per un caso fortunato vinse un tablet, non di quelli cari, ma abbastanza decente da permetterle di scrivere dovunque. E così, l’aggeggio, nero fiammante, divenne parte integrante della sua borsa. Mentre i figli nuotavano come papere in piscina, seguivano con scarsi risultati il corso di pianoforte, si lanciavano goffi in battaglie corpo a corpo di karate, lei scriveva.
Un capitoletto dopo l’altro, sembrava che le parole sgusciassero dal nulla.
E sorrideva. Rileggeva, correggeva e, ancora una volta, sorrideva.
Ma come aveva fatto a non pensarci prima? Scrivere il suo romanzo era esaltante, le noiose ore dei corsi dei figli si erano trasformate in pura gioia.
Non vedeva l’ora di avere anche una sola ora tutta per sé. Una volta consegnati i rampolli all’insegnante di turno, si metteva in un angolino tranquillo, spegneva il cellulare, e iniziava a scrivere.
Di notte si svegliava di soprassalto e, accendendo la torcia del telefono per non disturbare il marito, buttava sul piccolo notes che teneva sul comodino frasi che le sembravano epiche tipo:
“scrivere significa tenere sotto controllo passato, presente e futuro, non necessariamente il tuo.”
Salvo poi cestinarle al mattino. Finché decise di inviare il suo prezioso lavoro a una editor. Attese la scheda tecnica per settimane, e, quando arrivò, capì che quello sarebbe stato solo l’inizio di un lungo percorso di consapevolezza: il romanzo era tutto da rifare.
Ma non si diede per vinta. Si mise a studiare, a provare altre strade, ad ascoltare lezioni di narratologia, a stampare consigli e a raccogliere informazioni.
Un nuovo, meraviglioso mondo, le si svelò: non era ciò che aveva immaginato, no, ma in quell’universo complicato, difficile, pieno di insidie, conobbe alcune persone con la sua stessa passione, con cui iniziò a confrontarsi, cercando il meglio nella propria scrittura e in quella degli altri. Tra tanti lupi c’erano anche persone per bene, con cui godere insieme della scrittura e della lettura.
Con impegno terminò il suo libro, divenne beta reader e cercò di restituire agli altri ciò che aveva ricevuto a piene mani: la gioia di poter essere parte del mondo dei libri,
non importa se come scrittrice o come lettrice,
in fondo capì che si trattava di una cosa sola,
che la pagina già scritta o ancora da scrivere
è un dono immenso
che solo pochi privilegiati possono ricevere.
E lei era una di quelli, anche se, ancora per un po’,
si sarebbe chiamata Codàrdia.

#seseiopersonaggio - FB - a cura di Lucia Codato

Quando incontrai


«Vedi, cara, questa si mangia» disse Libereso, chino sull’aiuola. Staccò da una piccola pianta una fogliolina verde e la mise in bocca.
Come le capre? Pensai io, ma ad alta voce dissi: «Posso provare?» Diedi un morso a una foglia, come quando si deve masticare una medicina. Sgranai gli occhi e sentii la saliva esplodere: «ehi, che gusto! Non me l’aspettavo.»
L’uomo, con la sua camminata lenta e un po’ storta, sorrise e guardò a terra. Pochi passi e la sua schiena scese di nuovo. Lui staccò due petali da un fiore giallo. «L’acetosella è incredibile, ne basta poca, la metti nell’insalata e vedrai che bel piatto.»
Passammo un’ora così, a camminare per le strade di Sanremo. Lui raccoglieva, io assaggiavo: cipolla, aglio, menta, lavanda, peperoncino, i gusti del mondo sembravano essersi dati appuntamento nel mio palato.
La curiosità superava il pensiero che quelle piante, prima di entrare nella mia bocca, avevano di sicuro subito la pisciatina di qualche cane. Ma l’uomo che mangiava le piante era una scoperta troppo eccitante per occuparmi di pisciatine.
«Raccontami di Calvino» ero impaziente di conoscere qualche aneddoto su uno dei miei scrittori preferiti.
«Italo, era serio, non come me che salivo sugli alberi, lui studiava molto e scriveva, io ero libero e cercavo di comprendere le piante. Il mio nome significa libertà in esperanto.»
In testa Libereso aveva una nuvola bianca e idee di pace e fratellanza: «nel mio giardino ci sono piante che provengono da tutto il mondo, con il papà di Italo le studiavamo. E io ho capito che bisogna lasciarle libere di crescere come preferiscono, loro trovano sempre un modo per convivere con le altre. È una lezione per noi umani, se vogliamo coglierla.»
Quel pomeriggio mi regalò i semi di tamarillo e mi chiese di tornare a Sanremo per presentarmi il suo giardino.


Gara su FB:#20righe #Quandoincontrai Libereso Guglielmi

L’arco di trasformazione dell’aspirante scrittore


Io all’inizio: — Voglio fare lo scrittore.
Che entusiasmo.
Periodo scolastico
La mamma: — Tesoro, fai bene a leggere tanto, vedrai da grande, sarai una persona colta, troverai lavori magnifici.
Io: — Sono l’unico a scuola che legge e scrive nel tempo libero, gli altri giocano a calcio.
La mamma: — Vedremo poi, quando cercherete lavoro, chi ne troverà uno prestigioso e chi andrà a lavare i pavimenti.
Periodo in cui si cerca il primo lavoro
Io: — Sono laureato in lettere, vorrei fare il giornalista, ecco il mio curriculum.
Direttore del giornale locale: Bene, ma benissimo, potremmo iniziare con i necrologi, ci sono da ricopiare le previsioni del tempo e l’elenco dei locali aperti di domenica. Sa, siamo un giornale piccolo, bisogna imparare a fare tutto, anche le pulizie.
Io: — Certo, sono a disposizione. Non vedo l’ora di iniziare.
Direttore del giornale locale: — Guardi, facciamo così, lei si prende una bella partita iva, poi lavora da casa e mi manda le cose via mail. Sa fare i titoli? Basta cercare sul web, ci vuole un attimo, così noi le mandiamo il numero di battute necessarie e lei, già che c’è, fa anche una grande esperienza. Siamo d’accordo?
Io: — Sì, sì, da casa, i titoli, va bene. Imparo volentieri, dopotutto ho solo venticinque anni.
Periodo in cui si cerca il secondo lavoro
Io: — Purtroppo non mi bastano i soldi per arrivare a fine mese, sa, l’affitto, le spese. Ho quasi quarant’anni, non vado mai in vacanza, ci mancherebbe, sono ancora giovane. Devo concentrarmi sulla mia carriera. Sono già giornalista pubblicista, ecco il libretto.
Caporedattore del giornale nazionale con sede in provincia: — Bravo, complimenti, è così che vogliamo i nostri collaboratori. Tosti, determinati, dei segugi.
Io: — A proposito di segugi, io ho la passione per le inchieste, sa, il mio idolo è la Gabanelli.
Caporedattore del giornale nazionale con sede in provincia: — Inchieste? Ehm, dunque, che tipo di inchieste? Perché qui, dopotutto, abbiamo dei riferimenti, cioè, la politica è importante, bisogna portare rispetto, sa… Quindi io direi che ci aggiorniamo prestissimo, appena mi si libera un buco, ok?
Periodo free lance
Io: — Guarda, non ne posso più del giornale, quasi non mi pagano, sgobbo tutto il giorno. Su quello nazionale non se ne parla neanche, vogliono solo dei lecchini. Ora mi faccio furbo e apro un bel blog. E vadano tutti a quel paese. Per fare la fame, tanto vale almeno poter dire ciò che si pensa.
Collega: — Che idea magnifica! E cosa scriverai su questo blog?
Io: — Racconti, viaggi, qualche ricettina particolare…
Collega: — Cosa? Ricettina? Ma per carità. Vuoi mica svilirti con il cibo? Devi mantenere un tono alto, elegante, devi spe-cia-liz-zarti! È l’unica via d’uscita in questo mondo globalizzato che ingurgita tutto. Ricette, ma per favore!
Io: — Ok, mi sembrava una bella idea, allora niente ricette.
Collega: — Bravo, tu dammi sempre retta e vedrai dove andrai a finire. Alti livelli.
Periodo scrittore di racconti
Io: — Gentile Rivista, ecco in allegato il mio racconto con il titolo che avete scelto voi, spero che lo possiate pubblicare. Non voglio compensi, sia chiaro, solo per la soddisfazione.
Rivista: — Gentile scrittore, grazie per il tuo bellissimo raccontino. Ci spiace, non è esattamente il genere che pubblichiamo noi. Sì, è un giallo, d’accordo, ma i nostri sono più sofisticati, misteriosi. Ti auguriamo buon proseguimento e… non ti abbattere, tieni duro, ritenta!
Periodo romanziere parte uno
Io: — Finalmente il mio romanzo è finito, non vedo l’ora di vederlo pubblicato, vediamo un po’ sul web come fare. Come? L’editing? Questa parte mi era sfuggita. Dunque bisogna trovare l’editor indipendente, certo, eccolo. Questo sembra simpatico, fa un mucchio di video, speriamo che non sia troppo caro.
Editor: — Caro scrittore, ciao, il tuo libro è molto, molto lungo, l’editing è un po’ caruccio, ma merita, te lo assicuro.
Io: — Se merita… e facciamolo, via, non mi metterò a fare lo spilorcio proprio adesso.
Periodo romanziere parte due
Editor: — Con questa ultima e-mail il mio lavoro è terminato. E tu cosa pensi di fare?
Io: — Mah credevo, dopo l’editing, di provare a pubblicare?
Editor: — Caro mio, fosse così facile, tu non scrivi male, no, ma ti consiglio, prima di provare a mandare il manoscritto a una piccolissima CE, dico piccola perché quelle grandi non ti filano di sicuro, di studiare bene narratologia, ci sono tanti corsi in giro, anche il mio non è male, ti assicuro che farebbe la differenza. Se vuoi arrivare alle case editrici di un certo… meglio studiare.
Io: — Dopo trent’anni in cui scrivo e leggo e scrivo e leggo, pensavo che fosse un po’ meno complicato, ma sono umile e, ci mancherebbe, bisogna sempre studiare nella vita. Mi butterò su tre o quattro corsi full immersion e alla fine ce la farò.
Periodo romanziere parte tre
Io: — Ho rifatto il libro, dopo tutto questo studio, due anni di corsi, prove, esamini, neanche uno andava bene, lo so, ma intanto ho imparato, sono certo. Dopotutto ho studiato al liceo, so bene la grammatica, consecutio temporum come se piovesse, all’università ho approfondito i classici.
Altro scrittore esordiente: — I classici? Ma stai scherzando? I classici non vanno più di moda! Devi farti le ossa sui contemporanei. Show don’t tell, evita i gerundi, abbatti gli avverbi, uccidi le eufoniche. Stephen King è il re.
Io: — Non è il mio genere, sì, ho letto qualche suo libro, è vero, è bravissimo, bravissimo, non oserei mai, ma io…
Altro scrittore: — E allora! Impara, asciuga, mostra, i profumi, le puzze, i colori, i rumori. E basta con le descrizioni, queste lagne alla Manzoni!
Io: — Io avrei il mio stile, sempre umile, ho studiato, dicevo, anche scrittori stranieri e poi narratologia, anche sceneggiatura, ho già fatto un editing.
Altro scrittore: — E i beta reader? Li hai coinvolti?
Io: — No. Veramente no.
Altro scrittore: — Io te li raccomando. Non hanno studiato proprio questa cosa, ma sono lettori forti, ti danno una grossa mano. Anzi, poi lo diventi anche tu, vedrai che salto di livello.
Periodo romanziere con i beta reader
Beta uno: Grazie per avermelo spedito, ci sentiamo presto.
Beta due: Non è il mio genere, passo! Ma sei simpatico.
Beta tre: Se io leggo il tuo, poi leggi il mio?
Beta quattro: L’ho letto tutto d’un fiato, moooolto coinvolgente, però l’incipit è da rivedere, non ci puoi mica buttare dentro il sogno. No no. E i dialoghi, non ti offendere, ma si può fare di meglio. Le descrizioni mmmm, non mi dicono molto, ti consiglio di tagliarle, e accorcia, accorcialo tanto. I personaggi, perdonami, ma sono tutti uguali. Non si sente la loro voce. Il finale poi, non sono affatto d’accordo. Insomma, con qualche aggiustatina, non sarà male.
Periodo essere beta reader
Io: — Eccomi cara, ti allego il file con tutte le mie segnalazioni, spero che ti siano utili.
Scrittore uno: — Grazie, ora non ho tempo di guardarle, ma grazie proprio.
Io: — Scusa mi mandi un file non in pdf?
Scrittore due: — E se poi me lo rubano?
Io: — Scusa, hai ragione, ti mando una dichiarazione, ma basta che tu faccia una mail pec e vedrai che i tuoi diritti saranno salvi.
Scrittore tre: — Guarda è lunghissimo il mio romanzo, quattrocento pagine, ma a me piace così, quindi, per favore, almeno tu, non mi dire di tagliare. Ok?
Io: — È dura leggere tutti questi libri in poco tempo, mantenere i contatti con gli scrittori, tutto gratis per carità, ma mi sembra di imparare tante cose, alla fine capirò cosa piace e cosa non piace in un romanzo, e il mio migliorerà.
Periodo alla cinquantesima revisione
Io: — Gentile Casa Editrice, allego ciò che resta del mio romanzo, la sinossi, un breve cenno sulla mia vita (solo le cose che possono essere interessanti per il libro), una scheda tecnica dettagliata. Non ho fretta, prendetevi tutto il tempo.
CE uno, due, tre, quattro, cinque: silenzio imbarazzante.
Periodo concorsi
Io: — Pronto? Segreteria del concorso? Bene, allora, come ho letto sul bando, allego il file (con le battute non inferiori a… e non superiori a…) poi ci sono tutti i miei dati, caso mai vi servissero, il bonifico, sì, sono disponibilissimo a fare anche il lettore degli altri concorrenti. Devo leggere minimo altri venti libri in un mese? Certo, sì, ovvio, grazie mille.
Periodo autopubblicazione
Io: — Allora finalmente ho finito, basta, non ce la faccio più a stare dietro a tutti, mi pubblico da solo e che vadano al diavolo. Il file è da caricare, come si fa? Difficile, meglio cercare on line. Un altro corso? Sempre l’editor? Va bene. Come, la copertina? Ah sì, ovvio, deve essere professionale, mica voglio metterci una foto presa dal mio archivio, sarebbe proprio volgare. E l’impaginazione, sono un cretino, anche quella va fatta come dio comanda, ecco, cerco il professionista, ci metto altri bei soldi, così viene un lavoro eccellente, dopotutto sono anni che ci lavoro, non posso fare una brutta figura.
Periodo libro pubblicato on line
Io: — Eccomi. Alla fine ho pubblicato. Anni di fatica, tanti soldi, cosa è successo?
Niente, niente di niente. Come sto? Bene, benino. Insomma, devo ammetterlo, non è che ciò che scrivo interessi molto. Dopotutto pare che un po’ tutti gli scrittori esordienti o sconosciuti siano nelle mie identiche condizioni. È una tragedia comune, insomma. Tanti scrittori e pochi lettori. Pure diffidenti. Se non sei un blogger famoso, chi ti considera? Io il mio blog è abbastanza visitato, ma non sono famoso. Forse se avessi pubblicato le ricette… Al giorno d’oggi vendere cento copie è un miraggio. Bisognerebbe farsi pubblicità. Anche in questo caso sarà necessaria la pianificazione, il corso di marketing, certo che, altri soldini, mah, sono proprio indeciso.
Io alla fine: — Volevo fare lo scrittore.
Che tenerezza.

Cogne e un signore che osserva la neve da un quadro


Mio marito è nell’altra stanza e io, seduta sul letto, guardo fuori dalla finestra. È aprile e la nostra auto, nel parcheggio dell’hotel di Cogne, è tutta bianca.
Sembra un quadro fiammingo.
A proposito di quadri, non sono completamente sola, alle mie spalle il viso di un signore vestito di nero si affaccia da uno dei dipinti antichi presenti in hotel. Anche lui sta osservando il panorama, credo che sia un po’ meravigliato, come me.
Surreale il quadro che osserva un altro quadro.
Cogne, quante cose ci ha dato, negli anni che passano.
Nostro figlio ora ha già 19 anni e, proprio qui, ha fatto i suoi primi passi, quasi correndo, trionfante, nelle braccia del papà. Mio marito con gli occhi lucidi e io a fare foto, incredula.
Il più giovane ha dormito le sue prime notti di vacanza in questo paese, beato, nella sua culletta. Sentire il suo respiro calmo, avvolti dalla stanza di legno.
Da piccola mi portavano a Gressoney, la Valle d’Aosta è piena di ricordi e cose importanti per me.
Per i nostri figli abbiamo preferito cambiare e abbiamo costruito le nostre storie guardando il grande prato di Cogne, passeggiando per il sentiero che va a Lillaz, visitando Paradisia con le sue farfalle, godendoci il villaggio dei minatori.
Ogni volta che torniamo ci sono cose nuove da scoprire e da vivere.
Questa volta a Gimillian abbiamo scovato dove fanno lo yogurt che avevo assaggiato in un’altra vacanza.
Prima di partire andiamo ad acquistare i formaggi e il burro a Lillaz, come in un rito propiziatorio e per fare due parole con il produttore.
Tornare a casa e sentire i profumi della montagna aiuta a non lasciarmi abbattere dalla nostalgia.
Mi torna in mente il negozio dei vestiti per i bambini dove andavamo sempre a fare un po’ di scorte, loro crescono presto e in vacanza si ha più tempo per shopping.
Camminare per il paesino senza meta, guardare qualche vetrina, entrare in un baretto per il caffè o il genepy.
Per noi che abbiamo poco tempo per stare davvero insieme è un sollievo.
Ora i figli non ci sono. Io e mio marito ci ritroviamo, ridiamo e sappiamo perché sono più di 30 anni che le nostre vite si intrecciano.
Le calde atmosfere della spa ci avvolgono e ci divertiamo come due bambini a passare dalla piscina alla stanza del sale, dalla sala del riposo ad una delle saune, sciabattando nei nostri accappatoi con un po’ di meritata spensieratezza e complicità.
La montagna sa di mucca, di fieno, di lavanda, di tisana alle erbe, di candele profumate alla cannella e sa anche di neve. La neve ha un profumo che nessuno è ancora riuscito a catturare.
In questa stanza silenziosa e accogliente, dove solo la mente si muove, osservo il paesaggio immobile. Fuori i fiocchi cadono lenti e disordinati, come i miei pensieri.
Il signore del quadro sembra soddisfatto di questo momento di pace, chissà se lui, dalla sua postazione, può rubare il magico odore della neve.
Gli chiedo di aiutarmi a mantenere dentro di me questo piccolo momento, e lui, dal suo strano aldilà, mi suggerisce di scrivere un racconto. Eccolo.
Concorso letterario 2019 : Il miracolo della neve - Bellevue Cogne