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Il Tempo del Podestà - Una storia nella Storia


Ho incontrato l’autore, Francesco Maugeri, al Salone del Libro di Torino. 
Condividevamo il Tavolo 5 nell’area Self e ricordo la sua energia contagiosa mentre distribuiva con passione i segnalibri del suo romanzo, fermando i visitatori, soprattutto i più giovani. 
Solo dopo aver letto Il tempo del podestà ho compreso la ragione di tanto entusiasmo: il libro affronta una pagina fragile e complessa della nostra storia, e per questo Maugeri sente l’urgenza di farla conoscere. 
Perché, come si ripete spesso, ricordare è l’unico modo per impedire che la storia torni a ripetersi. 

Il romanzo ci porta in un borgo rurale del Lazio, sospeso tra tradizione e cambiamenti epocali. 

L’autore sceglie di raccontare l’ascesa del fascismo attraverso due prospettive opposte ma intimamente legate: quella di una giovane cameriera e quella del podestà del paese. 
La loro diversità sociale diventa il terreno di un confronto umano che travalica le gerarchie, poiché entrambi vivono le stesse paure, le stesse incertezze e la stessa, ostinata, speranza di futuro. 

Sono proprio i due punti di vista, inusuali, a dare originalità al racconto e a regalare al lettore un’immersione realistica nella narrazione. 

Nel tessuto di voci che compongono la vicenda affiora l’anima di un borgo contadino: una comunità che prima resta silente di fronte ai venti della politica, poi ne avverte le ferite e infine si affida a una resistenza sommessa, quotidiana, ma capace di forza inattesa. 

Tra i vicoli stretti, dove le case si sfiorano come i destini, la vita si intreccia e si sorregge, anche quando l’ombra del potere sembra oscurare ogni libertà. 

Il pregio del romanzo sta proprio nel restituire una dimensione intima e realistica al periodo storico: la Storia con la “S” maiuscola non è un fondale statico, ma un’onda che travolge e costringe a reagire, a volte in modo inaspettato. 

Maugeri riesce a rendere tangibile il peso del tempo, con una scrittura capace di fondere sensibilità narrativa e attenzione documentaria. 

Il tempo del podestà è un libro che parla di memoria, di dignità e di resistenza morale, e che conserva una sorprendente forza di attualità.

L’Edera di Serse Tacus: un memoir da leggere davanti al caminetto acceso



C’è qualcosa di antico e insieme di intimo nelle pagine del memoir di Serse Tacus, L’edera.

Un libro che sembra fatto per essere letto al tepore di un caminetto, con la neve che scivola silenziosa oltre i vetri, mentre le voci dei protagonisti si intrecciano come fili di un arazzo familiare.
L’autore ci conduce a Cludinico, piccolo paese della Carnia, e ci fa entrare nella casa di sei fratelli e dei loro genitori, seguendoli dagli anni Venti ai primi anni Ottanta del Novecento: anni di fatica, di partenze mancate, di lutti improvvisi, di guerra e di speranze che faticano a fiorire.

Il simbolo che attraversa l’intero racconto è l’edera, pianta umile e tenace, capace di stringere con forza ciò che ama. Non a caso i fratelli, ritratti insieme nel 1983, la tengono in mano come pegno di unione indissolubile: più eloquente di qualsiasi parola, più duratura delle stagioni che li hanno messi alla prova.

Serse Tacus scrive con una voce limpida e partecipe, che non indulge mai nel sentimentalismo ma riesce a restituire la dignità silenziosa di chi ha vissuto nella discrezione delle montagne.

Le fotografie d’epoca e i materiali disponibili online non sono semplici appendici, ma completano l’opera come frammenti di un mosaico che appartiene non solo a una famiglia, ma a una comunità intera.

A rendere il libro ancora più prezioso è il suo dono: i proventi vengono devoluti a cause di valore, trasformando la memoria in gesto concreto di cura.

Così L’Edera non è solo un memoir, ma un’eredità: un racconto che intreccia le radici con il presente, e che ci invita a riconoscere la forza silenziosa dei legami.

Sito web: lederastoriavera.it
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Recensione del romanzo Il nodo del tempo di Alessandro Russo e breve intervista all'autore

Il nodo del tempo è un romanzo che viaggia su due binari: il primo è accogliente, adorabile, fatto di premure e dolcezze, in cui le famiglie, che si susseguono nella narrazione a partire dai primi del Novecento, sono amorevoli, unite. 
In loro brilla la forza dell’amore, in grado di superare difficoltà economiche, situazioni dolorose, morti. 
Ed è proprio la morte che porta il lettore su un altro piano, quello delle due guerre, degli anni di piombo, dello Stato colluso, degli attentati. 
Sembra impossibile che l’Italia minuta, fatta di persone per bene che studiano, lavorano, si amano, sia la stessa della guerra che uccide, dei terroristi, dei politici che non fanno mai la cosa giusta, della strategia del terrore. 
E l’autore Alessandro Russo, abilmente, intreccia queste due realtà, passando dal racconto intimo fatto di scelte, coraggio ed emancipazione a quello sociale, colmo di orrore e di eventi insensati. 
Assunta, simbolica figura femminile, è la madre del protagonista, una donna forte che arriva dal sud, intenzionata a realizzarsi, anche per compensare la morte di ben due fratelli in guerra. Lei studia, si informa, si laurea, diventa insegnante e trasmette al figlio Ludovico tutta la sua instancabile determinazione, perché il mondo, forse, si può cambiare, passando da piccoli e sottili mutamenti. 

Anche a inizio secolo le donne cercavano di emanciparsi per vivere la vita che desideravano, ma il sistema le rimetteva sempre al loro posto. Ora nessuno ci dice esplicitamente dove stare, ma se scegliamo strade diverse o pretendiamo la parità vera, si aspettano che ci giustifichiamo. È una libertà condizionata, in fondo. 

Ludovico da questa figura iconica assorbe il rispetto per le donne, la voglia di verità, la determinazione a raggiungere gli obiettivi. 
Ma, quasi a tradimento, come succede spesso nella vita, qualcuno che sta molto lontano lo coinvolge, fino a fargli dubitare di tutti i sacrifici fatti fino a quel punto. Il giovane infatti si innamora di Alina, una ragazza russa che studia medicina. 
Un’altra donna forte, che rimanda alla madre, e che vuole diventare dottoressa, pur amandolo intensamente. 
La lontananza non aiuta i due innamorati, ognuno intento a perseguire i propri obiettivi, ma un amico arriva a salvare questo amore che sembra impossibile. 
Un rocambolesco viaggio improvvisato dalla Torino piena di fascino a una magica Leningrado, sulla mitica auto FSO 125p e tra le note di David Bowie, lo porta a trovare se stesso, a capire il suo vero volere, aiutato da una provvidenziale proposta di lavoro legata al suo impegno all’università come sociologo e scrittore giornalista. 
Dopotutto, come giustamente rileva il protagonista: 

Per costruire un futuro migliore, è necessario conoscere e rispettare il passato. 

Ed è tramite gli eventi che segnano la sua crescita e la sua coscienza politica come il terrorismo italiano degli anni Settanta, la strage di Piazza della Loggia a Brescia, la strage dell’Italicus, il sequestro di Aldo Moro, la strage di Bologna, che lui riesce a ritagliarsi un futuro possibile, salvando la sua idea di famiglia con la consapevolezza di ciò che è accaduto e che lo ha formato, usando queste ferite ancora aperte per comunicare agli altri verità scomode e spesso taciute, fino ad arrivare a scoperte sconvolgenti come la Loggia P2 di Licio Gelli. 
Il romanzo è caratterizzato da una bellissima colonna sonora, da Rachmaninov a John Lennon, da preziose descrizioni di Torino e di Leningrado che accompagnano il lettore in un viaggio che è anche quello dei protagonisti: 

Siamo compagni di viaggio, Alina. Magari un po’ lontani geograficamente, ma siamo lì, sulla stessa strada. 

Un romanzo che è fatto di avventura, viaggi, amore, scelte e anche di visione di una politica marcia, deludente e, purtroppo, ancora attuale, in cui il protagonista prova a sciogliere il nodo del tempo, tenendo tra le mani una simbolica, vecchia bambola che ha segnato il passaggio generazionale e l’inesorabile passaggio del tempo: 

“Mio zio l’ha fatta per mia madre, quando lei era piccola, tempo prima di partire per il fronte.” Fece una pausa, guardando l’oggetto come se potesse raccontargli una storia che ancora non conosceva. “È sopravvissuta a tutto: la guerra, i traslochi, gli anni difficili, le perdite incolmabili. Mia madre me l’ha data dicendomi che mi avrebbe sempre ricordato chi sono e da dove vengo, il legno è della conca di Agnano, a Napoli, dove tutto ha avuto origine.” 

E il cerchio si chiude, con questo pezzo del nodo del tempo tra le mani di Alina e Ludovico, finalmente uniti, in un epilogo in cui l’Italia calcistica vince tre a uno. 
La nazionale di calcio esce dall’aeroporto di Torino insieme alla coppia di sposi che, simbolicamente, afferra le ovazioni della folla, come se fossero rivolte a loro. 
Un esito positivo e bene augurante per questa Italia che è anche fatta, soprattutto, di persone per bene. 

Domande all'autore

 1. Perché hai voluto scrivere questo libro?

Ho avuto la fortuna di lavorare circa 25 anni in giro per il mondo facendo il programmatore di robot.
Ho visitato luoghi, appreso similitudini e differenze culturali, apprezzato cibi e stretto tante mani.
Una di queste mani è di un collega di lavoro che ad inizio anni 80 ha lavorato in Unione Sovietica.
Durante gli anni di lavoro a Leningrado ha conosciuto l'amore e quando giunse il tempo di rientrare a fine progetto tirarono le somme e si scelsero. Lionello, il suo nome, affrontò non pochi problemi, iniziando dalla burocrazia.
Risolte le pratiche al consolato a Milano affrontò un lungo viaggio, direi epico, con una Fiat 1500, senza navigatore, senza telefono cellulare, senza mappe se non le poche che riuscì a reperire. Per tanto tempo l'ho incalzato spronandolo a raccontare tutto in un libro finché un giorno gli dissi che se non si decideva lo avrei fatto io. Mi spiazzò, mi disse di farlo.
Il nodo del tempo è il racconto di quel viaggio da cui prende spunto, dovendo raccontare il tempo storico in cui il viaggio avvenne ho amato scrivere e raccontarlo così come creare tutta la struttura familiare a ritroso fino agli albori del 900 per costruire il personaggio di Ludovico e far comprendere come le sue scelte abbiano radici profonde nel corpo famigliare. Inoltre, motivazione ancor più forte, ho sentito la necessità di raccontare il nostro paese, gli anni del 900 che troppo spesso a scuola non si studiano a sufficienza, la storia recente di un paese delicato, fragile, come la democrazia che lo governa.

2.Quale è il personaggio a cui sei più legato e perché?

La prima risposta potrebbe essere Ludovico, a cui tengo moltissimo, ma devo ammettere che il personaggio a cui ho dedicato pagine e parole, pensieri e ricordi, è Assunta. Lei è la mamma di Ludovico, una donna che porta dentro di sé i traumi infantili dovuti alla perdita prematura dei due fratelli caduti in guerra. Vivrà questo distacco con dolore eppure questo dolore le darà la motivazione per crescere disillusa, vivrà con la voglia di rivalsa per sé e per i suoi fratelli strappati prematuramente alla vita. La sua autodeterminazione non sarà fine a se stessa, parteciperà alle lotte per i diritti civili, in prima linea.
Assunta incarna lo spirito degli anni 70, la consapevolezza dell'essere donna in un mondo non ancora maturo per il cambiamento, che lotta per i diritti dei lavoratori ma trascura i diritti delle donne, la loro auto determinazione, il loro reale contributo alla società, relegandole sempre ad un ruolo subalterno, mai davvero paritario.

3. Ci sarà un sequel o cosa hai intenzione di scrivere prossimamente?

Sto lavorando a un romanzo breve, un dialogo immaginato tra Assunta ed i suoi fratelli, attraverso la corrispondenza dal fronte e il diario che lei amava scrivere nelle sere di raccoglimento. Sarà un testo molto intimo, doloroso, ma necessario per aggiungere al romanzo Il nodo del tempo un punto di vista ulteriore, un approfondimento, che aiuti ancor più a sviluppare e concretizzare agli occhi del lettore il rapporto tra i fratelli, il valore della memoria, il peso della perdita e la speranza.
Il progetto editoriale prevede inoltre altri due sequel: il primo si svolgerà nel periodo 1982-1989 mentre il terzo ci porterà alla discesa in campo dell'uomo politico che ha indubbiamente segnato il passo negli ultimi lustri, Silvio Berlusconi.
Ritengo impegnativo il progetto, indubbiamente affrontare tematiche sociali e politiche nel nostro paese espone a dibattito, ed è certamente un obiettivo, ed espone a dileggio in altri casi, e questo seppure contemplato non è certamente ricercato.

4. Il complimento più bello che ti ha fatto un lettore?

Ammetto che questo genere di romanzi non rientra nell'elenco dei best seller, eppure da coloro che lo hanno letto e dalle loro parole ho capito che certe tematiche sono molto sentite, attuali, che è necessario parlarne, confrontarsi. In alcuni casi ho avuto la conferma che il 900 è un periodo buio e noto per gli over 50, un buco nero nella storia per gli under 30. Sono contento di notare quanto i temicome i diritti civili, l'emancipazione femminile, la guerra,la famiglia, i sentimenti, siano temi che non lasciano indifferenti.
Nonostante le tante posizioni diverse trovo fondamentale aprirsi al dialogo, quello che è mancato dagli anni 80 e manca tantissimo nel nostro mondo iper connesso eppure frammentato, polarizzato, svuotato nei contenuti perché legato a facili slogan di propaganda. 

Serve una decisa presa di coscienza, serve umanità.

Recensione del romanzo Guatemala - Anno del Signore 1975 di Patrizia Gaslini e breve intervista all'autrice


Nella nota dell’autrice si legge: 

È una terra che si racconta, vibra, risuona, canta. 

Ed è proprio dalla terra che sembra risalire questo racconto che definirei corale, anche se la vera protagonista, oltre alla magnifica ambientazione, è una dottoressa dal nome evocativo (e parlante): Fiamma D’Oriente. 
Bionda e con occhi azzurri che non possono tacere, così diversa, arriva come volontaria in una sperduta missione gestita da Padre Luca, prete impegnato a espiare il suo peccato che nasconde come un segreto inconfessabile. 
Tra i personaggi più intensi c’è Juanita, la Vieja, una piccola e antica sciamana, guaritrice, cuoca sopraffina, amica degli animali. Lei è come la terra, è accogliente, dolce e profumata, ma anche determinata e dura, all’occorrenza. 
I bambini della missione la adorano, tutti la amano e la ascoltano. 

"Lo sciamano capo in persona l’aveva addestrata all’arte di sapersi muovere, ora come il giaguaro, ora come il cobra: le ripeteva che l’animale più goffo, rumoroso e prevedibile, è proprio l’uomo, il cui odore, i cui pensieri, le cui intenzioni vengono captate a centinaia di metri di distanza."

Sembra che in fondo sia lei o la sua saggezza a tirare le fila del racconto, insieme alla sua aquila guida che sovrasta le pochezze umane in quei cieli immensi, orizzonti infiniti, capaci di regalare colori stupefacenti, uragani paurosi e terremoti catastrofici. 
I Cenfuegos sono una famiglia simbolo di sfruttamento e ferocia nei confronti del Popolo affamato e sottomesso, con l’aiuto di Francisco de Blanc, figlio di un Generale in carriera, che deve decidere che strada prendere: seguire le terrificanti direttive del padre o assecondare la sua indole dolce e artistica. 
Fiamma si trova in mezzo a situazioni difficili, malati da curare, uomini forti abbattuti da mostri senz’anima. La sua discesa verso l’inferno della cattiveria umana sembra non finire mai. 

"La malattia è dolore, ma anche riflessione e un paio di occhi nuovi per vedere il mondo, quello di tutti i giorni, quello dove, a volte, ci si accanisce per sciocchezze e ci si abbatte per cose futili, quello dove una giornata di pioggia è uguale a una di sole, quello dove tutto scorre senza mai fermarsi, mentre il nostro mondo interiore ha bisogno di attenzione e ritmi più lenti." 

Questa frase di un paziente la fa riflettere e tutti i passaggi del romanzo fanno meditare e crescere il lettore che, capitolo dopo capitolo, si immerge sempre più in quella terra fatta di alberi, grotte, acqua, montagne, altopiani. 
E poi ci sono il terribile Rossano Cenfuegos, tirannico e patetico marito di Regina, la donna che impara a ribellarsi, in un cammino che è insegnamento e luce per tutte le donne oppresse e umiliate. 
Candido, amico, compagno, figlio, dal volto radioso, non si può non tifare per lui, e il buono e affidabile El Gigante. 
Fiamma sopporta situazioni paurose e si fa in cento per aiutare quella gente senza speranza, finché non si accorge che c’è qualche cosa che non sa, di cui non l’hanno messa al corrente, e fugge, sentendosi tradita, sola, estranea, indegna anche di quella fiducia che, in fondo, le dovevano, come unico compenso al suo lavoro e alla sua dedizione. 
Moreno è il cattivo più cattivo di tutti, perché ha un ‘difetto fatale’ che lo spinge a reagire, ad andare contro gli insegnamenti di Padre Luca e le sue vendette sono temibili e terribili. I suoi occhi di colore diverso diventano simbolo della guerriglia interiore che lo caratterizza. Solo l’immagine della Madonna, e quindi l’amore, forse, lo può fermare. 
Non manca il Popolo, silenzioso, laborioso, rispettoso: 

“Questa gente ha bisogno di poco, non ha pretese e comunque andranno le cose, sarà grata a questa missione e alle persone che si sono date da fare per loro. Imputeranno ogni tragedia al Cielo e la trasporteranno sulle loro spalle, come uno dei tanti fardelli di cui sono abituati a farsi carico, in modo rassegnato ma consapevole e nella disgrazia, come nella gioia, saranno solidali più di quanto non siano stati già prima che questa calamità naturale si abbattesse sulle loro vite.” 

Le vite dei personaggi si intrecciano, si scontrano, nascono amori e muoiono innocenti, in quadri epici, degni della narrativa americana novecentesca, in cui le piccole storie quotidiane diventano simbolo e narrazione universale. 

Un libro bellissimo e scorrevole, che consiglio vivamente a chi ama i racconti avventurosi, con cenni di romance, con una base storico sociale intensa e un’umanità eroica mossa da ideali universali.

Domande all'autrice:


Perché hai scritto un libro con questa tematica:

Perché Il Guatemala è stato il primo viaggio della mia vita, anno 1985, quando la globalizzazione non aveva ancora piantato le sue radici nefaste. Un viaggio avventuroso, nel cuore di un paese straordinario per la natura, il folklore, la gente semplice e accogliente e quel senso di magico radicato nelle abitudini, insieme alla credenza che Dio sia ovunque, nelle montagne, nei raccolti, nelle stagioni e che gli spiriti si trovino negli oggetti e tengano insieme l’universo.

Della sua situazione politica invece, ignoravo pressoché tutto; per girare il paese ci avevano obbligato a mettere dei cartelli sul cofano delle jeep, con ben visibile la scritta ITALIA per identificarci in caso di blocchi militari. Al rientro, avevo deciso di approfondire l’argomento. Così avevo letto gli scritti di Rigoberta Mentchù e della sua lotta contro l’annientamento della cultura Maya, da lì avevo scoperto l’esistenza di documenti come la Memoria del Silencio e Nunca Mas coi loro contenuti di inenarrabili violenze e genocidio, e i rapporti sui desaparecidos che in questo paese hanno superato per numero quelli del Chile di Pinochet. 
Così sono stata folgorata da una realtà che ero lungi anche solo dall’immaginare: solo una delle tante guerre dimenticate e sconosciute al mondo. Da tutto questo ha preso parola il mio racconto.

Cosa vuoi trasmettere al lettore?

Che un titolo è già un intero romanzo
Che è solo facciata quel che vediamo degli altri
Che umanità è comprensione
Che la natura è Dio
Che il caso ci prende per mano e la vita è il suo disegno
Che in Guatemala, la libertà ha le ali del quetzal

I personaggi sono ispirati a persone vere?

I personaggi sono frutto della mia immaginazione. Sono usciti dalla penna e hanno preso vita un po’ per volta, senza un modello a cui ispirarmi, senza riferimenti a qualcuno, avendo però ben presente il contesto in cui si muovevano e i racconti documentali di quel periodo. E anche se non sono persone vere, sono certamente esistite figure identiche con nomi diversi, perché la storia si ripete, i cattivi sono cattivi, assassini o carcerieri, e la loro ferocia può vestirsi di mille versioni, così come i buoni sono sempre buoni, vittime o eroi, e loro azioni mirano sempre allo stesso fine: evitare che il male trionfi. Si tratta solo di dare volti e fisionomie ed essere consapevoli che comunque la realtà supera sempre la fantasia.

Che cosa rappresenta per te il Guatemala?

La mia giovinezza, il mio primo viaggio, il mio romanzo.

˜˜˜

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Storia vera

Una sera, sulla mia posta elettronica, arriva una mail misteriosa intitolata: 

Lettore del tuo libro.

L’ho aperta con curiosità e la scoperta mi ha lasciata senza fiato.
Dopo averla scorsa velocemente, l’ho riletta più volte ed ecco che un evento inaspettato mi ha permesso di riaprire una finestra su un lontano e importante ricordo.
Intorno a me, in quei giorni, si sono subito riuniti familiari, amiche di penna, persone che mi vogliono bene. Tutti “sintonizzati” su ciò che sarebbe accaduto a seguito di questa novità. Li ho sentiti vicino virtualmente, pronti a vivere insieme a me una nuova avventura, che sapevano mi avrebbe fatto solo bene.
Ed è accaduta una cosa che forse è proprio ciò che mi ha spinto a scrivere il primo romanzo: “Ladra di mamme”, che è un romanzo, appunto, una storia inventata. Solo l’incidente scatenante è reale. Ma proprio di questo io conosco pochissimi particolari.
Ed ecco che, proprio come nelle favole, dal nulla esce un “ex bambino” con cui giocavo proprio in quell’albergo, proprio fino al giorno prima di ciò che è accaduto.
Lui mi ha rintracciato inseguendo le pagine del libro. L’incipit di quella storia lo conosce bene. Se l’è portato dietro da una vita. E lo conosce meglio della scrittrice.
In pochi giorni, quel lontano amico, si è materializzato davanti a me, ricco di aneddoti, generoso nell’aver custodito per ben cinquantadue anni la narrazione di ciò che è accaduto.
Ha qualche anno di più e si ricorda perfettamente ogni particolare che l’eccezionalità della situazione ha scolpito nella sua mente. Le sensazioni, gli eventi nel loro drammatico susseguirsi, le azioni prima e dopo quell’attimo che mi ha cambiato la vita.
Lui ha colmato un vuoto della mia esistenza con parole calde, immagini vivide e persino allegre.
Non credo sia stato facile affrontare una cosa del genere, ma ci è riuscito.
Da questo incontro i miei scarsi ricordi hanno preso una nuova via, si sono fatti più chiari, più gioiosi. Il dolore si è allontanato ancora di più, lasciando posto a una maggiore serenità.
Il filo del tempo ci ha uniti in quell’estate del 1971 per poi allentarsi: anni e anni in cui abbiamo preso vie diverse. A volte si tendeva, a volte si accorciava questo filo, fino a riportarci, come un resistente elastico di gioia, di nuovo vicini.
Per guardarci negli occhi come quando eravamo bambini, senza paura.
Tra le tante cose che aveva da dire, svelo solo questo: il giorno prima del tragico evento gli ho sequestrato la chitarra, cercando di suonarla per una giornata intera. Con l’esito di una grande bolla sul dito. Ecco, forse, da dove deriva la mia fissazione di imparare a suonare uno strumento, sempre disattesa dal corso degli eventi.
Un piccolo ricordo, senza particolari significati. Ma un ricordo di normalità, dove tutto funzionava. Dove c’era una volta una bambina con una mamma e un papà. E la storia sarebbe stata più bella se fosse finita lì.
L’esistenza però ci regala situazioni che vanno ben oltre la nostra fantasia. Magie che non crederesti mai si possano avverare.
E proprio il mio piccolo libro si è assottigliato diventando filo del tempo, ponte tra due persone.
Non è proprio questo che mi spinge a scrivere? Creare un rapporto tra scrittore e lettore, unire passato, presente e tutto ciò che non abbiamo vissuto.
A me questa sembra una bella, incredibile, magica favola e ho voluto condividerla con voi.
Perché i libri non smettono mai di stupire noi, che li amiamo così tanto.

Immagine generata con AI




Lia e la sua croce



Racconto breve #sese20righe_ceraunavolta

Questo è un raccontino in cui ho cercato di inserire alcuni temi della fiaba, innestandoli in un contesto moderno. Quindi troviamo la protagonista che ha un potere conferitole da un oggetto magico, regalato dalla madrina, poi c'è la matrigna che la maltratta, un piccolo arco di trasformazione dovuto alla sua ribellione, un paio di antagonisti cattivi e il finale... l'ho lasciato aperto e ho mischiato le carte in tavola.

C’era una volta, in un paesino lontano, una ragazza che tutti si giravano a guardare, perché aveva i capelli blu, dritti come aghi puntati al cielo.
Una mattina si presentò in cucina con una piccola croce d’oro attaccata all’orecchio, regalo della madrina.
La sua matrigna, vedendo la figliastra così conciata, si infuriò: «Lia, la croce va al collo, se no porta sfortuna alla famiglia!» e le lanciò l’accendino in faccia.
«Se mi fai andare a Milano al concerto dei Sex Pistols me la tolgo, promesso.» La giovane incrociò le dita dietro la schiena.
«Non se ne parla, idiota, piuttosto, lava i vetri!»
Lia, invece, si procurò il biglietto e, la sera del concerto, prese il treno. Alla terza fermata entrò un tipo, munito di vodka, metà della quale già scolata: «Ehi bella, ci divertiamo?» E le spense la sigaretta sulla scollatura.
Lia, svelta, sfregò tra due dita la croce agganciata all’orecchio. Il bullo sentì una folata d’aria gelida, guardò giù e vide i suoi vestiti per terra, gli erano rimaste addosso solo le sue mutande lerce. Lui fuggì a gambe levate e Lia acchiappò il braccialetto borchiato.
Al concerto la giovane si piazzò in prima fila, i gomiti bene aperti sulle transenne d’acciaio, per tenere la posizione. Quando Rotten si mise a urlare nel microfono: «Noo fiutur for yuu!» un rivolo di sangue cadde sul petto candido di Lia, centrando la bruciatura.
Lei impugnò il bracciale appuntito e si girò con lentezza: una ragazza dal rossetto nero teneva in alto, come un trofeo, la sua croce. Lia la colpì in faccia. Le labbra nere si tinsero di un bel rosso vermiglio. E la croce, in un lampo azzurrino, tornò a Lia.
Per festeggiare strappò una birra dalle mani del vicino. Un lungo sorso e, con un maligno brivido di gioia, lanciò la bottiglia sul palco, che finì per centrare il basso di Sid Vicious.
Euforica, si mise a pogare con la croce in mano, ferendosi pure il palmo: ma le note distorte la rendevano insensibile.
Non sentì neanche lo sparo, che raggiunse il suo cuore.
La croce cadde a terra tra la polvere insanguinata e fu ritrovata molti, molti anni dopo, ma questa è un’altra storia e te la racconterò domani.

Immagine creata con AI

Aromatica torna nel Golfo Dianese




È una bella notizia, dopo qualche anno di pausa.
Ho voglia di ripercorrere la manifestazione, come è nata, chi ci ha creduto.
Lavorando nel settore turismo della Confesercenti ho sempre pensato che mancasse un evento legato al territorio che unisse cultura, economia e turismo.
Ne parlai molti anni fa a Monica Muratorio, allora assessore al turismo nel Comune di Diano Marina che è stata un esempio per me, determinata e di parola, merce rara in quell'ambiente. Eravamo in una riunione nella sala consiliare in Provincia e le sussurrai le mie idee.
Avendo un marito che ha prodotto per molti anni Basilico Genovese DOP, mi ero resa conto quanto fosse interessante per la stampa la vallata del dianese ed il suo pregiato basilico.
Anche lo chef Vissani aveva realizzato un'intera trasmissione sul basilico e aveva insistito per fare delle riprese nelle nostre serre. Un bell'esempio di come far conoscere il territorio.
Monica si entusiasmò e iniziammo a contattare enti, sponsor e tutti coloro che avrebbero potuto aiutarci nell'impresa.
Innanzi tutto convinsi i miei capi in Confesercenti, Piero Denegri, Segretario e Marco Benedetti, Presidente. Poi passammo alla Confesercenti Regionale, con Patrizia De Luise e Roberto Orengo che ci diedero il benestare e il loro appoggio. Infine coinvolgemmo i 7 Comuni del Golfo Dianese, la Camera di Commercio con Gianfranco Croese, la Provincia di Imperia e la Regione Liguria, allora l'assessore all'agricoltura era Giancarlo Cassini, che ci ha dato un grande aiuto e sostegno anche morale.
La cosa bella è che eravamo riuscite a coinvolgere politici di diversi schieramenti, enti non sempre in armonia tra loro, dirigenti a volte recalcitranti per mille motivi. Tenere tutti uniti era difficile, ma io e Monica, aiutate dalla mia collega Elena Torti che si è sempre fatta in quattro per Aromatica, e da moltissime persone, soprattutto donne, eravamo molto determinate e ce l'abbiamo fatta.

Nel 2005, con un immenso aiuto dell'Ufficio Turismo di Diano Marina, come non ricordare Gianluigi Martini e Alberto Rivera, del Comune di Cervo con Emilia Delfino e il caro Vittorio Desiglioli, dei Comuni di San Bartolomeo al Mare con Maria Giacinta Neglia, Walter Cadeddu, Diano Castello con il sindaco Antonello Campagna, Villa Faraldi con l'allora sindaco Giacomo Chiappori, Diano San Pietro con il sindaco Ivano Massone e Diano Arentino con il lungimirante sindaco Delio Gastaldi, abbiamo portato una bella quantità di giornalisti della stampa nazionale in barca!
Un educational con banchetto a bordo realizzato da Diana Catering, ovvero Maurizio Albavera (era importante che la forza lavoro fosse della zona) ha entusiasmato i giornalisti: abbiamo scelto piatti della tradizione ligure e la pasticceria Benso ha realizzato un esclusivo dolce chiamato "Aromatica" proprio per l'occasione. I ristoranti del Golfo hanno presentato le loro migliori ricette aromatiche con menu studiati nei minimi particolari.
È stato anche istituito il Premio Pittaluga e il sindaco, Angelo Basso, ha messo a disposizione ogni forza del suo Comune per la buona riuscita dell'evento.
Una gran fatica, tutto fatto da noi, anche la cura degli stand che dovevano essere strettamente attinenti al tema "Aromatica" e decorosi, piacevoli, per rappresentare degnamente le nostre eccellenze.
Nei gazebo i migliori produttori di erbe aromatiche e conserve, ricordo le sorelle Capra del Colle degli Ulivi, vere combattenti, la Ebe con la figlia Brunetta Venturin che profumavano tutto di fragoline, il vivaio Solo Blu con i fiori e le aromatiche (per la cronaca la mia azienda di famiglia non ha mai partecipato, sarebbe stato un conflitto di interessi).
Il nome "Aromatica", che ora amo particolarmente, è stato ideato da Manuela Fiorellino, John Ceresi, Mario Damiani e il grafico Mario Delucis i quali collaboravano con i 7 Comuni per la promozione. Io non ero d'accordo perché mi sembrava il Basilico l'elemento caratterizzante, ma alla fine nella votazione hanno vinto loro e hanno avuto ragione. È un nome evocativo e bellissimo. Anche la "A", creata dalla specialista di composizioni floreali Carla Reginella, con erbe aromatiche fresche e fotografata da un professionista è stata una genialata.
A questa edizione hanno partecipato anche altre associazioni di categoria del commercio, dell'agricoltura, dell'artigianato, abbiamo cercato di coinvolgerne il più possibile, Slow Food, Onaoo, la Confraternita del Pesto, esperti del settore agricolo, dietologico, gastronomico. Una festa delle bellezze e delle prelibatezze della nostra zona, declinate in un ambito culturale frizzante. Perché non volevo il solito mercatone, che sicuramente fa entrare molti soldi agli organizzatori, ma ce ne sono dovunque, e penso a chi viene in Riviera da Milano o da Torino e ha bisogno di essere stupito.

Nel 2007 siamo cresciuti, abbiamo coinvolto un'agenzia di Pietra Ligure: "Oro e Argento" con le sorelle Gemma e Cristina Bolla, loro hanno curato in modo raffinato alcuni aspetti della manifestazione che si dipanava per diversi giorni. Uno sforzo organizzativo immenso. Avevamo deciso di farla ogni due anni, proprio per la carenza di fondi e per la fatica che facevamo a programmare ogni dettaglio. I frantoi come l'Antico Frantoio Saguato e le cantine come quella di Maria Donata Bianchi hanno aperto le porte e schiere di turisti curiosi, che, accompagnati da bus navetta, sono andati alla scoperta delle meraviglie del nostro entroterra. Fabrizio Vignolini ha istruito il pubblico sull'olio extravergine d'oliva, grazie all' Onaoo di Imperia. Simone Medagliani, che è cresciuto con lo chef Gualtiero Marchesi, grande amico del papà Eugenio, ci ha portato Pietro Leeman, Danilo Angè, Angelo Principe, Mats Nordstrom, per una serie di lezioni di cucina di alto livello, ispirate dagli ingredienti della Liguria, interpretati da chef provenienti da altre regioni o paesi esteri.

Nel 2009 abbiamo coinvolto anche tre comuni dell'albenganese. Un'idea molto ambiziosa, difficile non far entrare in competizione le due aree, ma abbiamo trovato assessori e sindaci illuminati e un grande aiuto dalla Provincia e dalla Camera di Commercio di Savona, penso a Guglielmo Bonaccorti, Giovanna Risso, Luigi Barlocco. Una barca faceva da spola tra le due aree per far partecipare il pubblico agli eventi sia del dianese che dell'albenganese.
Che emozione!
Per l'occasione abbiamo realizzato come Confesercenti, in collaborazione con altri enti, un cortometraggio in onore di Libereso Guglielmi che si è messo a disposizione di Aromatica... come sempre gratuitamente. Il film è curato dalla eccezionale registra nostrana Linda Greco, i testi sono della super brava Paola Faravelli, la voce di Roberto Prina, noi della Confesercenti abbiamo dato una mano nel mettere tutto insieme dal punto di vista dell'organizzazione. In quell'occasione ho scattato tante foto e mi sono innamorata di Libereso che era un gran signore, di un'eleganza poco comune e dal cuore grande nell'accogliere il mondo, le piante e le persone. Chi fosse incuriosito può vedere questo piccolo gioiello su Youtube: "L'uomo che mangia le piante".
Per questo evento sono subentrate, per l'organizzazione di Aromatica, le "Charlie's Angels" ovvero Es Communication: Serena Valle, Elena Martinetto e molte altre ragazze volenterose.
Loro hanno ringiovanito il marchio e la grafica, si sono inventate meravigliose cene nelle serre, mi ricordo quella al Vivaio Arimondo, con le deliziose proprietarie, maestre nell'intrattenere ospiti tra i loro fiori, romantiche letture sotto agli ulivi, tanti eventi collaterali di carattere culturale, incontri sul benessere, che hanno dato un tocco femminile in più alla manifestazione, lavorando instancabilmente al nostro fianco. Le ringrazierò per sempre. Abbiamo organizzato anche un concorso vetrine nelle varie città coinvolte, per far partecipare più persone possibile alla festa degli aromi.

Nel 2011 abbiamo realizzato l'ultima edizione della serie. I sindaci di molti paesi del Golfo sono cambiati, tutti hanno cercato di capire in breve tempo di cosa si trattasse e hanno ugualmente creduto nell'evento che era già stato ampiamente organizzato. Le ES hanno fatto i salti mortali per coordinare tutti. Lezioni di pesto con il simpatico Ivano Ramella che ha le sue estensioni di Basilico Genovese DOP proprio a Diano, composizioni floreali con le aromatiche, concerti aromatici, la AromatiCard, la festa dei 40 anni della Confesercenti sotto un'acquazzone incredibile, allietati dalle frittelle aromatiche degli chef locali che sono stati sempre coinvolti. Visite guidate nei borghi, Rosario Bonaccorso e Fabrizio Bosso in concerto, ricordo il Vivaio Patrucco e il grande aiuto di Mario Pittaluga, sempre presente per decorare le piazze e gli scorci con aromatiche e fiori.
I bambini delle scuole del Golfo Dianese hanno partecipato con entusiasmo, accompagnati dalle maestre e dai professori. Il sito web è stato ampliato e siamo andati sui social. Un bel successo e migliaia di presenze.

Nel frattempo è nato un libretto di ricette tipiche della nostra provincia con curiosità e qualche tocco a cura di Libereso Guglielmi: "Tavola Aromatica" io e Elena Torti siamo andate alla scoperta di ricette di famiglia e lo abbiamo confezionato tutto da sole...  ci siamo divertite.

Poi non ce l'abbiamo più fatta. Era faticoso combattere su tanti fronti, ottenere i finanziamenti, tenere dritta la barra della manifestazione, senza scendere a compromessi. L'esercito dei volenterosi si è arreso.
Negli anni sono arrivate da più parti richieste di rifare la manifestazione, il Comune di Diano Marina, infine, ha avuto l'idea e la forza di riproporla, è una grande notizia e questa è l'occasione per ricordare più persone possibile che ci hanno messo l'entusiasmo, la grinta, la passione, le competenze e la voglia di creare un festival speciale. Mi scuso con chi non ho citato, ma sono sempre in tempo.
Bentornata Aromatica! Ti auguro un immenso successo.