15 - Quando finisce l'uomo e inizia l'auto - Road Trip dalla Route 66 al Pacifico

Capitolo 15

La strada è quasi deserta e poco illuminata dai lampioni. 
Mi preparo con la telecamera accesa puntata verso l’angolo da dove dovrebbe arrivare la Waymo.
Un’auto bianca, con una luce blu sul tetto, svolta e si dirige verso di noi, silenziosa. Mette la freccia, accosta a un paio di metri.
Ci avviciniamo emozionati. La luce blu proietta le iniziali di mio figlio che ha fatto la richiesta della corsa. Dall’App lui sblocca le maniglie.
Guardiamo dentro: non c’è proprio nessuno. Apriamo gli sportelli, io mi infilo dietro, sono un po’ intimorita. Una volta tutti e quattro sistemati, il figlio dà l’ok per la partenza. Una voce femminile ci ricorda di allacciare le cinture e ci tranquillizza.
Uno schermo dietro e uno davanti disegnano il percorso su cui si possono vedere tutti gli ostacoli rilevati dalle telecamere e dai radar, anche le persone che sono dietro ad altre auto. L’auto vede più di noi umani.
Tramite il touch possiamo scegliere la temperatura dell’abitacolo e il tipo di musica. Metto una canzone rilassante, è sera, fra un po’ andremo a dormire.
L’auto si immette sulla carreggiata, il volante gira da solo come se fosse mosso da un fantasma. La Waymo è silenziosa perché elettrica, sul cruscotto c’è la scritta:

Please keep your hands off the wheel.
The Waymo Driver is in control at all the times.

Quindi, per prima cosa non si può intervenire nella guida, poi c’è un pulsante che rassicura, infatti cliccando lì si può chiedere assistenza e parlare con un umano che, a quanto pare, sta monitorando tutti i viaggi delle auto della flotta.
Scopro che a Los Angeles queste Jaguard sono in funzione solo da un paio di mesi, certo, hanno fatto un lungo training, ma chissà cosa potrebbe accadere!
Sfilano le immagini di film in cui l’intelligenza artificiale prende il sopravvento. Immagino l’auto che si chiude ermeticamente e che ci porta in qualche hangar dove verremo fatti a pezzi, la voce gentile che si trasforma in una serie di comandi crudeli.
Invece lei guida liscia e prudente, nulla a confronto di certi autisti bruschi e incoscienti, lei evita la caotica autostrada e fa un bel giro quasi turistico dove vediamo altri angoli di L.A. Sugli schermi compaiono i minuti che restano all’arrivo, le strade che intende percorrere, la velocità.
Le luci della città si proiettano su quel posto vuoto alla guida a cui si fa fatica ad abituarsi, ogni tanto incontriamo altre auto simili, sembra che si passino dati e che siano in contatto tra loro.
È tutto affascinante e inquietante.
Giunti all’hotel, la Waymo accosta al marciapiede a pochi metri dall’ingresso, comunica le ultime cose come slacciare le cinture e ricordare di non lasciare oggetti in auto, poi ci saluta e ci invita a scendere. 
Il figlio sblocca le portiere dall’App, noi scendiamo sani e salvi e guardiamo con stupore l’auto fantasma che, dopo qualche secondo, mette la freccia e rotola sull’asfalto, nel suo silenzio surreale.
Sento qualche cosa di religioso e blasfemo allo stesso tempo.
Mi domando se, quando non c’è nessuno, lei scelga un sottofondo musicale… e quale.

14 -Santa Monica, Forrest Gump e delivery robot - Road Trip dalla Route 66 al Pacifico

Capitolo 14

Il nostro Uber ci porta in un punto panoramico di Santa Monica, da cui si vedono il molo, le attrazioni, la spiaggia. 
È già sera, la temperatura è perfetta e le luci fanno emergere piccoli dettagli, sembra tutto allegro e meraviglioso. 
Scendiamo verso il Pacifico pieni di curiosità. Lungo la strada incontriamo dei bidoncini rossi su cui c’è scritto Coco, capiamo che si tratta di robot per il delivery, vanno da soli, hanno un’antenna sulla parte superiore e le ruote, l’effetto è sorprendente. Vi piacerebbe ricevere una pizza in questo modo?
Per prima cosa facciamo un giro sul molo. Qui è posteggiata un’auto della polizia un po’ particolare: sul tetto ha un surf, pronto per l’agente nel caso in cui dovesse attivarsi tra le onde dell’Oceano.
Ed ecco l’Oceano scuro, misterioso, con lunghe onde. Scendiamo sulla spiaggia, sento un richiamo fortissimo verso la riva. Mio marito mi esorta a stare lontano per non bagnarmi le scarpe. Io disubbidisco, mi sembra di essere tornata bambina, quando la nonna non mi faceva avvicinare al sicuro bagnasciuga di Rimini. 
E allora vado a toccarlo questo Oceano, finalmente ci conosciamo. Lo abbraccio con lo sguardo, voglio stare da sola con lui, il Pacifico, anche se per pochi secondi. Inspiro la salsedine, sorrido, la felicità fatta di niente. Lascio l’impronta della mia sneaker sulla sabbia per suggellare la nostra amicizia, e la fotografo.
Alcuni artisti fanno i ritratti delle persone, illuminati da potenti faretti, sotto a ombrelloni colorati. 
Scrolliamo la sabbia dalle scarpe, andiamo a esplorare il Luna Park, quante volte lo abbiamo visto nei film, e, a proposito di film, ecco il luogo dove Billy Bob Thornton (ve lo ricordate in Babbo Bastardo? Uno dei miei film preferiti) andava a meditare nella bellissima serie Goliath, gustata poco tempo fa. Ci immergiamo in quelle atmosfere e riviviamo alcune scene che ci erano piaciute.
Qui ogni cosa ha il sapore del déjà vu e per questo stiamo bene, siamo a nostro agio, tra persone serene, niente fa pensare al pericolo che spesso si respira nelle città. 
Un banchetto di Alejandro promette freschezza e frutta deliziosa, da alcuni locali escono profumini invitanti. Ci avviciniamo al mitico Bubba Gump, c’è la coda, prenotiamo per la cena e continuiamo il nostro giro esplorativo.
Un cartello ci informa che proprio qui termina la mitica Route 66, non lo sapevo e mi sembra una cosa bella e giusta. Mi fermo a fotografarlo e a salutarlo, chissà quante persone hanno fatto le mie stesse azioni in questo punto. Mi sento parte del mondo.
Torniamo presto al ristorante, abbiamo fame, la struttura è di legno, in stile marinaro, ispirata al film Forrest Gump, piena di richiami, oggetti di scena e, se si vuole attirare l’attenzione del personale di sala, basta girare il cartello "Run Forrest Run" oppure "Stop Forrest Stop". Ordiniamo diversi piatti a base di pesce che, ovviamente, è la loro specialità: Jumbo Shrimp Cocktail, Mama Blue’s Fried Shrimps, Shrimper’s Heaven, patatine fritte e birre. Finalmente un menu differente dal solito e molto buono. 
Al termine ci invitano a passare dallo store in cui ci regalano alcuni boccali da birra con il loro logo. Sono di vetro sottile e questo mi preoccupa. Riuscirò a riportarli a casa? Questa sarà la mia prossima mission.
Per tornare, il figlio propone qualche cosa di nuovo, inquietante e sorprendente: la WAYMO, l’auto che guida da sola, senza conducente.
Siamo indecisi, le guardiamo sfilare silenziose sulla strada, ce ne sono parecchie e alla fine ci convinciamo. 
Riusciremo a tornare in hotel senza inconvenienti?

13 - California über alles - Road Trip dalla Route 66 al Pacifico

Capitolo 13


Siamo in California!
Oggi primo hamburger della mia vita. Sembra strano ma hamburger e polpette non fanno per me, per cui li evito sempre.
Per pranzo entriamo da In-Out Burger a Victorville, un locale che promette di servire poche cose ma cucinate alla vecchia maniera e sane.
Se non provo il loro hamburger, non mangio, così mi faccio forza. Un ragazzo tutto agitato accoglie le richieste, sembra alle prime armi e cerca di stare al passo con i numerosi avventori. C’è un po’ di coda ma presto possiamo sederci e assaggiare.
Le patate vengono tagliate sul momento e fritte di fronte a noi, il profumo è buono, il panino si presenta con carne fresca, non congelata, formaggio, insalata e pomodoro. Il gusto è ottimo, differente da quelli americani, pieni di grassi e salse non ben definite, è più europeo. Cerco di non pensare che si tratta di un hamburger e supero la prova.
La catena è nata nel 1948 in California, come informano sulle confezioni, e pare che paghi i suoi dipendenti più del salario minimo e che ci tenga a servire ai clienti alimenti freschi e qualitativamente superiori alla media. La curiosità è che sotto ai bicchieri e alle vaschette si trovano strane citazioni bibliche con una piccola stampa che contiene soltanto i numeri del libro, del capitolo e del verso, per sapere cosa vogliono dire bisogna andare su Google. A me capita: REVELATION 3:20. Se siete curiosi andate a cercarlo.
Notiamo che le persone iniziano a essere più magre rispetto a quelle negli Stati che abbiamo attraversato in precedenza. Si sa che in California hanno la mania del food sano e dello sport.
Ripartiamo per Los Angeles, filmo una delle tante bandierone a stelle e strisce che sventolano lungo la strada, costeggiata da attività commerciali. L’asfalto si lamenta in maniera inquietante sotto alle ruote dell’auto, sembrano lamenti, saranno i lamenti di chi l’ha gettato?
La strada per L.A. diventa sempre più grande, le corsie aumentano, il traffico pure. Nessuno rispetta i cartelli, c’è una grande confusione, il figlio, sempre al volante, inizia a dare segni di stanchezza e di irritazione. Bisogna stare attentissimi perché auto, furgoni e camion sfrecciano da tutte le parti e non ci sono controlli.
Finalmente il cartellone verde che sovrasta l’autostrada ci informa che stiamo entrando in città: enormi grattacieli si stagliano tra le palme, un senso di maestosità ci accompagna fino al nostro hotel che si trova nel centro e si chiama The westin Buonaventure. È un grattacielo formato da torri scenografiche, ascensori esterni trasparenti che planano su piccole piscine e una hall spaziale con fontane che fanno giochi d’acqua sopra la testa dei clienti, attraversando bocche di delfini.
L’auto viene confiscata da un valet che la fa sparire in qualche garage, la nostra camera è al diciottesimo piano. Sperimentiamo l’ascensore che ci offre una bella vista della città.
Questo hotel è stato costruito negli anni Settanta ed è davvero sorprendente. All’interno è tutto cemento con sinuosità plastiche, passerelle, rientranze, diversi livelli ed è stato utilizzato come scenografia per moltissimi film e serie tv tra cui Wonder Woman, Starsky & Hutch, Rain Man e Interstellar.
In effetti sembra di essere in un set surreale o su un’astronave. Il bar a pianterreno è tondeggiante e, salendo con l’ascensore del colore giusto, si può ammirare la città di notte, tra mille luci e una grande piscina azzurra. Il tour dell’albergo è soddisfacente, ma, dopo un breve riposino, vogliamo andare a esplorare la città.
La prima cosa che ci viene in mente è Santa Monica. Anche questo luogo è così famoso come location di film che non vediamo l’ora di camminare su quella spiaggia, vedere il luna park e scoprire cose nuove.
Chiamiamo un Uber e in pochi minuti ci ritroviamo nel traffico di L.A., questa volta un po’ meno preoccupati, anche se il tassista va veloce e a volte sarebbe meglio chiudere gli occhi e pregare.
Arriveremo alla meta? Lo scoprirete nel prossimo capitolo.

12 - Dove finisce l'Uomo e inizia il Gioco - Road Trip dalla Route 66 al Pacifico

 Capitolo 12

Stiamo vagando in un universo parallelo, sospesi in aria, su una navetta dai vetri azzurri. Una voce dolce e metallica comunica le soste. Ad ogni tappa corrisponde una casa da gioco. 
Scendiamo e saliamo, ogni ambiente è diverso, ma dopo un po’ sembra tutto uguale. Pare di essere finiti in un racconto distopico.
Ed è un po’ l’impressione che ho durante tutta la visita a Las Vegas, la città surreale, piena di schermi con sedili consentiti solo a chi gioca, con banconi dei bar dove drink e partita sono interconnessi, dove tutto è finto, costruito dall’uomo, rumoroso, luminoso, esasperante. 
Dove si sente il bisogno di qualche cosa che aiuti a sostenere quell’esplosione dei sensi. Alcol, droga, l’odore di marijuana competono con le fragranze che vengono spruzzate negli ampi saloni: vaniglia, cannella, arancia, lavanda.
Visitiamo il Casino Bellagio, forse il più famoso e scenografico. Al suo interno veniamo risucchiati da una stanza enorme come un palazzo a tre piani, all’interno un allestimento natalizio con slitta dorata, un barbutissimo Babbo Natale, l’albero sontuosamente addobbato, fresche decorazioni floreali, cavalli, renne, pacchi regalo, soldatini, una casetta di marzapane, tutto di dimensioni così pantagrueliche, che non stanno nell’obiettivo del telefono.
Usciti dal gorgo umano ci imbattiamo in un’altissima e impressionante cascata di cioccolato e ci fermiamo all’esterno a guardare lo spettacolo della fontana che si muove a suon di musica, illuminata da decine di faretti.
Entriamo e usciamo dalle varie case da gioco: Venezia, Parigi, da dove sbuca la Tour Eiffel, New York, con una mini statua della libertà, il Caesars Palace dall’allestimento in stile antica Roma, e poi scale mobili, ponti, balconate, piazze, pallide volte stellate, la wedding chapel che non può mancare, e, tra tutte queste attrazioni, immense sale da gioco dalle moquette colorate, con macchine enormi, circolari, attorniate da sedili e da zombie che muovono solo un dito e che infilano coins uno dietro l’altro.
Il giovane vuole giocare, siamo senza contanti, con la carta prova a prelevare dieci dollari, la macchinetta non gli dà il tempo di decidere e risucchia l’importo, le commissioni sono illegali, un'addetta alla sicurezza ci ferma sostenendo che il figlio giovane non può stare accanto alla slot machine, non ha ventun anni, e ci costringe, con immensa ipocrisia, a camminare avanti e indietro sul tappeto a pochi centimetri, mentre il grande, accompagnato dal papà, vince e, subito dopo, perde tutto.
La musica ad alto volume rende ancora più allucinante l’atmosfera. All’esterno persone con in mano enormi narghilè, escort da lunghi capelli finti che taccheggiano su scarpe improbabili, stringendo minuscole borsette inutili, cartelli che invitano a comprare biglietti per spettacoli più o meno leciti, persone strafatte che barcollano, famiglie stremate con zainetti e figli a seguito, trangugiando bevande zuccherate.
Il cervello non può fare altro che scollegarsi. 
Vago in quella confusione spostando gli occhi da una luce all’altra e le orecchie da un rumore all’altro. 
Mi sento sfinita e sogno un luogo silenzioso e vuoto.
Ceniamo a Venezia, in un locale che si affaccia su un vero canale solcato da un'agghiacciante gondola su cui si alternano un uomo e una donna che fingono di cantare arie liriche, sparate da un altoparlante. 
Non si fermano mai, il cibo perde di significato, i sensi sono troppo bombardati. 
Al giovane scoppia un gran mal di testa. Ci sentiamo svuotati e la finta allegria che ci circonda contribuisce a infondere un senso di desolazione.
Non vedo l’ora di terminare la cena e di fuggire sul primo taxi disponibile.
Finalmente siamo in auto, il frullatore a cui siamo stati sottoposti si ferma, il traffico si dirada, l’hotel con il gruppo di scioperanti che urlano ci aspetta.
Dormiamo in un accogliente e meritato silenzio, al mattino scegliamo la nostra colazione in un Dunkin’ Donuts all’interno dell’hotel. 
Portiamo bibite e cibo in un’ampia, solitaria e lussuosa sala con poltrone appese al soffitto, sollevati al pensiero di fuggire da quella spaventosa bolgia semi umana. 
Penso a quelli che si sono trascinati là per tutta la notte, storditi, derubati, sfiniti. Non vedo divertimento ma abbruttimento. Se c'è chi si diverte davvero in quel luna park, buon per lui.
Ben rifocillati dall'ottima colazione, ragioniamo sul viaggio, facciamo il punto e ci prepariamo alla prossima tappa che sarà… Los Angeles!



11 - Viva Las Vegas? - Road Trip dalla Route 66 al Pacifico

Capitolo 11
Il 27 dicembre si apre al Grand Canyon Village con il sole e temperatura superiore a ieri. Dopo la colazione, sempre super affollata, andiamo a cercare una nuova calamita per il grande. Lo store è proprio invitante, pieno di manufatti dei nativi, finora non ho acquistato nulla per me, ma non resisto a un bel tappetino di lana che starebbe così bene nella nostra casetta in montagna. 
Compriamo alcuni ricordini e torniamo in auto. Fuori ci sono 46 Fahrenheit che corrispondono a otto gradi.
Questa è la terra degli indiani Navajo e il marito ci intrattiene leggendo le loro vicende, mentre la frase ricorrente è: tanto la strada è tutta dritta!
Ci fermiamo alla Shell e gironzoliamo in un altro negozio, Indian Arts, sempre sulla Route 66. È pieno di cose interessanti “maipiùsenza”. Vorremmo comprare tutto, ma abbiamo buon senso e sappiamo che, una volta a casa, i gadget finirebbero in un sacco, in cantina.
In questa specie di autogrill si può anche bere e mangiare qualcosa, bagni puliti e signore molto accoglienti. Usciamo soddisfatti e notiamo che non ci sono mai gallerie, strano per noi liguri. 
Il fondo stradale diventa dissestato, intorno riappare l’area desertica con cespugli bassi, pale eoliche e montagne all’orizzonte che danno quel rassicurante senso di finitezza.
Sostiamo al Lago Mead, in cui sfocia il Colorado River. È il più grande lago artificiale degli Stati Uniti, situato tra Nevada e Arizona, a circa cinquanta chilometri da Las Vegas. Il bacino è stato creato mediante la costruzione della diga di Hoover che ha sbarrato il corso del fiume Colorado, il quale ha riempito l'area che si estende fino a centottanta chilometri a nord della diga e ha una capacità di trentacinque miliardi di metri cubi. Sono cifre inimmaginabili.
Raggiungere Las Vegas è un attimo, sono un po’ emozionata perché da una parte la ritengo una città pacchiana e rumorosa, dall’altro mi sembra di conoscerla, dopo tutti i film in cui è comparsa e che ho visto. Mi piacerà o ne resterò delusa?
Certo è che appena arriviamo nei pressi del nostro hotel Curio Collection by Hilton, proprietà della Virgin,  veniamo accolti da una banda di scioperanti indemoniati, con enormi casse da cui esce musica a palla, megafoni da cui urlano chissà cosa, cartelli minacciosi inneggianti lo sciopero che a quanto pare va avanti da mesi. 
Ci informiamo on line e pare che i dipendenti della Virgin, che è inglese, vengano pagati meno dei colleghi che dipendono da analoghe aziende USA. Sì, ma noi cosa ne possiamo?
Un po’ preoccupati raggiungiamo il posteggio, tiriamo fuori i bagagli sperando di non essere aggrediti e troviamo l’ingresso dell’hotel.
Ma non è un albergo, è un casino, cioè una casa da gioco!
Ci aggiriamo perplessi. Qui l’atmosfera è pacata: moquette, tavoli verdi, slot machine, lucine colorate, musica tranquilla. Sembra che a nessuno interessi la protesta dei dipendenti. Altri lavoratori infatti prendono il loro posto e tutto sembra filare liscio. 
Finalmente compare la reception. Quindi l’hotel è costruito sopra al casino. Non l’avrei detto, non siamo nel centro della city, eppure anche qui è proprio come nei film.
La nostra camera è la più bella del viaggio: tutta bianca, con un enorme divano che si dipana sinuoso tra due grandi letti, una stanza per armadi, area trucco con gli specchietti laterali e sontuosa poltroncina, bagno con ogni comfort. 
Nella vetrata è inquadrato il centro del vizio: si vede l’enorme palla che cambia immagini e colori e alcune parti dei casino più famosi. Alcuni aerei decollano proprio davanti a noi, ma è tutto perfettamente insonorizzato. 
La Paris (Hilton) come dice il grande, che è proprietaria di tutto questo, ci sa fare.
Il costo dell'hotel non è alto, probabilmente vogliono mettere a proprio agio i turisti, sicuri che poi i soldi li sborseranno copiosamente nelle case da gioco.
In ascensore incontriamo dei marcantoni lustrati a nuovo che fanno parte della squadra di football USC. Andiamo a documentarci ed ecco cosa esce su un giornale locale: Secondo l'università, la squadra di football degli USC Trojans non è stata in grado di cambiare la propria sistemazione a causa dello sciopero in corso presso i Virgin Hotels Las Vegas. Questa settimana, allenatori e giocatori hanno alloggiato nei Virgin Hotels per l'imminente SRS Distribution Las Vegas Bowl, nonostante le insistenze della Culinary Union affinché abbandonassero la struttura.
Sembrano scocciati, in effetti l’accoglienza all'esterno è brutta e personaggi come loro si aspettano di sicuro manifestazioni di gioia e non insulti. 
In sostanza ci toccherà averli come vicini di stanza… guarda te che sfortuna!
Facciamo un tour dell’hotel e scopriamo diverse piscine scenografiche, aree per cocktail, ristoranti, c’è di tutto, un vero villaggio di lusso.
La città all'arrivo ci è sembrata cotica e, anche se le attrazioni sono a soli venti minuti da qui, decidiamo di prendere un Uber per evitare di uscire con l’auto, e per non incappare negli indiavolati scioperanti che ci intimoriscono e ci fanno anche sentire in colpa. Il lavoro è una cosa importante e se sono lì da mesi a urlare alla gente, avranno i loro buoni motivi.
Il taxi procede lento tra miriadi di altri taxi e auto e, poco alla volta, entriamo nel vivo della city. 
Enormi edifici sembrano schiacciarci, un rumore assordante ricopre le strade, migliaia di persone si aggirano con il naso all’insù, l’odore di cannabis è ovunque. 
Inizio a sentirmi a disagio, una vertigine che si posiziona sulla mia spalla mi sussurra di fuggire, ma sono intenzionata a fare questa esperienza e la farò.
Però il racconto del nostro peregrinare a Las Vegas lo leggerete nel prossimo capitolo.

10 - Il Grand Canyon, io e l'Universo - Road Trip dalla Route 66 al Pacifico

Capitolo 10
Oggi la sveglia è alle sette e quarantacinque. Ci hanno detto che per entrare nel parco del Grand Canyon ci sono spesso lunghe file e, prima si arriva, meglio è.
La sala colazione è affollata, si fa fatica a trovare un posto a sedere, il cibo però è buono. Siamo arrivati in un punto turistico, così differente dal viaggio che ci siamo messi alle spalle. Qui si possono incontrare persone provenienti da tutto il mondo, è una babele di lingue, di colori, moltissimi sono gli asiatici.
All’esterno meno tre gradi, conviene indossare gli indumenti termici. Per questo viaggio ci siamo dotati di abbigliamento a strati, in modo da poter stare a nostro agio sia al freddo di montagna che a contatto con temperature più miti, come sarà sul Pacifico.
Acquistiamo yogurt e banane perché non si sa mai, facciamo carburante e partiamo. La benzina è molto più cara che in Texas, i bei tempi sono finiti.
Arriviamo al gabbiotto che sta all’entrata del parco, abbiamo già il biglietto, ma nessuna coda, per fortuna non siamo in alta stagione. Pare che questo sito venga visitato da più di cinque milioni di visitatori ogni anno! Speriamo di poter fare il nostro tour in santa pace. Il costo è di circa 37 dollari per ogni auto ed è valido per una settimana, ma noi lo faremo bastare solo per oggi.
Ci fermiamo al Visitor Center per capire bene come funziona la visita e decidiamo di percorrere la South Rim con la nostra auto, fermandoci presso i punti panoramici segnalati. Prendiamo un caffè abbastanza decente e partiamo per il nostro giro.
La cosa incredibile è che da qui non si vede nulla: solo conifere, boschi attraversati da un’ampia strada a due corsie dove sbucano scoiattoli dalla coda d’argento, delle specie di capre grigie, un’infinità di uccelli, corvi immensi.
Raggiungiamo il primo punto segnalato sulla mappa. Non c’è quasi nessuno, svoltiamo pieni di curiosità, possibile che questo enorme sito non sia visibile da nessuna parte? Sembra uno scherzo.
E invece rimaniamo senza parole.
Usciamo piano dall’auto, quasi per non disturbare quella magnificenza. Le bocche aperte, gli occhi spalancati, in cui non possono stare tanta immensità e tanta bellezza.
Non è facile spiegare a parole quella serie di concrezioni rocciose di vari colori che si affastellano, formando piramidi, coni rovesciati, figure improbabili che sfidano la gravità.
Alcune zone sono coperte da vegetazione, altre completamente brulle. Enormi uccelli si librano, sorvolando immensi spazi, forse sono condor.
Osservo gli scalini di roccia, i pendii che sembrano di ghiaia, gli anfiteatri, i canaloni. Dovunque una varietà di forme e colori che la mia mente limitata non riesce a contenere.
E allora mi soffermo su piccole parti di quel tutto, cercando di analizzare sezioni, alla ricerca di un punto fisso, di un perché, di un contenitore che mi riporti con i piedi per terra, nella mia certezza, nei miei confini. L’Universo si sprigiona in tutta la sua maestosità ed è davvero difficoltoso contenere quell’incanto.
È una di quelle manifestazioni della natura che non si può spiegare, che non si può fotografare o raccontare. Sento che devo solo stare qui ferma a contemplare tutta questa roba che ha a che fare con l’universo e con il suo mistero. Che genera energia e che si può percepire solo nel silenzio. Respiro profondamente, ho la testa un po’ vuota, forse per l’altitudine, il cuore sembra che faccia dei balletti che capisce solo lui.
Una gioia pacata si impossessa dei miei sensi che mi spingono a continuare a guardare il Grand Canyon e che non vorrei più abbandonare. 
Sogno di stare lì per sempre: eco dei richiami degli animali, parte del vento che soffia, goccia dell’acqua che scorre, linfa della pianta che cresce, minerale che si colora al tramonto. Sarà questa la morte? Un diventare parte del tutto, di un ciclo che non si ferma mai, di una Natura romantica, spaventosa, ammaliatrice e tremenda? Il viaggio ci trasforma, è vero, ci plasma, ci fornisce spunti e ci fa comprendere che non siamo l’ombelico del mondo, anzi, siamo solo polvere di stelle e basta un soffio per farci volare via.
Dopo questa pausa meditativa ripartiamo, fa ancora freddo, quindi tra una tappa e l’altra ci scaldiamo in auto, percorriamo con lentezza (bisogna rispettare severamente i limiti e questo è bellissimo) il tragitto, fermandoci a ogni indicazione, dove ci aspetta sempre una nuova sorpresa.
All’improvviso compare, sul fondo dell’abisso, il magnifico fiume Colorado che serpeggia tra le rocce rosse. È di un azzurro brillante e inaspettato, in certi punti si possono scorgere le rapide che schiumeggiano. Sono così lontane che non se ne avverte il rumore.
Il sole inizia a colorare le cime del Canyon, creando ombre che colmano certi precipizi. 
In perfetta sintonia con la Natura facciamo dei tratti a piedi, ci fermiamo a contemplare. 
Rispetto è la parola che circola nella mia mente. Rispetto per quella formidabile magnificenza e rispetto per me, perché è come se ci potessimo capire, facendo scorrere le nostre energie, senza barriere. 
Strano che qui non soffra di vertigini. Riesco a guardare giù negli abissi, a mettermi sulla punta di questo sperone, vicino al baratro, senza paura.
Interrompiamo la gita per visitare alcuni negozi che offrono manufatti a opera delle popolazioni che abitano questi luoghi. Gli Indiani vivevano qui e ce ne sono ancora. Da qualche parte leggiamo che il parco è gestito da loro, difficile crederlo ma spero che sia così. Alle casse dei bar e dei negozietti c’è gente di ogni provenienza.
Con il passare delle ore i visitatori e le auto aumentano, ma il parco è così grande che non percepiamo il sovraffollamento. Tutti si comportano bene, come se davanti a questo luogo incredibile diventi difficile dare spazio ai propri egoismi e alla maleducazione.
Arriviamo in un’area in cui hanno costruito lodge e hotel, molto ben integrati nel territorio. Mangiamo qualche cosa di caldo in un supermercato che fa anche da bar e che offre ogni genere di comfort. Se penso ai chilometri che deve fare ogni merce per arrivare qui… e non manca nulla. Dal cibo più sofisticato a tutto ciò che serve per il campeggio. 
In primavera aree attrezzate offrono servizi ai campeggiatori. Questo non è il periodo per dormire all’aperto, ma vediamo persone che intraprendono un percorso a piedi che attraversa i canyon da una parte all’altra, scendendo fino al Colorado, con due giorni di cammino. Non ho idea di dove possano sostare, viste dall’alto sembrano formichine e le invidio un po'.
I nostri giri ci portano all’ora esatta nel punto panoramico per assistere al tramonto. Sono le diciassette e venti. 
Qui il sole accende i punti più alti e una piccola folla si assiepa, munita di macchine fotografiche, ma in silenzio. 
Rimaniamo lì a guardare, non ancora stanchi di un’intera giornata di osservazione, la luce aumenta e diminuisce, si fa intensa e si scurisce, gioca tra le rocce e offre nuove sorprese.
Ci abbracciamo tutti e quattro. Sento una felicità immensa, mi viene da ringraziare per tutto ciò che ho, per questa vacanza, per questa famiglia.
Mi commuovo davanti a questa Natura potente e amica, e faccio davvero fatica a staccarmi da qui, nonostante il freddo si stia appropriando di noi. Voglio rimanere, in questa sorta di meditazione che mi ha accompagnata per tutto il giorno.
Mi faccio portare via, continuando a girarmi indietro per tenere ancora quella luce dentro di me. 
Ultima sorpresa: un gruppo di cerbiatti dalle grandi orecchie appuntite si avvicinano, non sembrano avere paura. Ci sono anche i cuccioli, che grazia infinita.
Anche stasera andiamo al ristorante, scegliamo quello messicano, queste sono le comodità dei luoghi turistici, mangiamo bene e sano, il marito si fa portare un piatto piccantissimo che non so proprio come faccia a finire.
Torniamo in hotel, sistemiamo i bagagli e domani si riparte per… Las Vegas!

«Lo scopo di questo mio magnifico viaggio non è quello d'illudermi, bensì di conoscere me stesso nel rapporto con gli oggetti.»

Johann Wolfgang von Goethe


9 - Rotolacampo, Diner natalizio e Arizona - Road Trip dalla Route 66 al Pacifico

 Capitolo 9


Buon Natale!

Ci svegliamo facendoci gli auguri e trovando un’allegra atmosfera a colazione. I pochi avventori sorridono e sembrano di buon umore. 
La notte all’hotel La Quinta è stata ottima, letti comodi e silenzio. Ci serviamo al buffet: buonissime uova strapazzate con patate, muffin, pancake con sciroppo d’acero (adoro), tè, caffè e succhi di frutta, cereali, non manca nulla.
Nel parcheggio un’adorabile famiglia di gatti neri occhieggia tra le auto e, mentre gli uomini caricano la Texi, io fotografo i felini, ma senza spaventarli.
Si parte alle 8.20 e facciamo subito rifornimento di carburante. L’auto continua a fare i suoi suoni all’apertura, a volte ci infastidisce, a volte ci fa ridere, qui è così.

Ecco le derrate alimentari che si stanno accumulando in diversi sacchetti di supermercati:

- avanzi di patatine piccanti;
- mezza busta di inspiegabile carne secca;
- succo di frutta;
- qualche birra;
- biscotti Oreo;
- cookies al cioccolato.

Oggi è Natale e potremmo anche aver bisogno di dare fondo a queste provviste, ci sarà qualche attività aperta? Lo scopriremo presto.
L’autista esce con questa affermazione:
— Siamo nel posto meno natalizio di sempre.
Non possiamo non concordare, ma le piacevoli dune cespugliose lungo la strada, la musica stucchevolmente natalizia di Mariah Carey che ci viene imposta dal grande, il mio maglioncino su cui c’è scritto: I believe in Santa, ci accompagnano in questa atmosfera surreale in cui, su insistenza del giovane, decidiamo di orientarci verso la mitica Albuquerque.
Chi di voi ha seguito la serie tv Breaking Bad sobbalzerà, noi abbiamo visto pure il prequel, anche meglio: Better call Saul. E ci è piaciuta tantissimo. È stata girata proprio qui e, nonostante siano passati già parecchi anni, sono ancora vivi gli echi delle gesta di quei personaggi memorabili.
Prima passiamo a vedere l’ufficio dell’istrionico avvocato Saul Goodman, poi la casa di Walter White che è tutta circondata da barriere per evitare ai turisti di avvicinarsi. Noi sfiliamo in auto senza farci notare e senza importunare i poveri proprietari. Passiamo accanto a una fabbrica che processa marijuana e sentiamo l'odore fortissimo dell’erba più quotata del pianeta.
Finalmente troviamo un vero Diner! Emozione! È proprio come lo voglio io, entriamo pieni di entusiasmo. Ci sono famiglie numerose, anziani, coppie e single che si apprestano, solo a metà mattina, a fare il pranzo di Natale. Noi ci limitiamo a ordinare delle enormi cheesecake accompagnate da tè e coca cola in bicchieroni immensi stracolmi di ghiaccio (per me inaffrontabili).
Devo far notare a questo punto che in quasi tutte le tappe ho visto che i bambini, più che essere trasportati su passeggini, vengono trainati dentro a pratici carretti a quattro ruote, che permettono loro di essere più liberi e anche in due. Ripensando alle mie difficoltà con i passeggini, invidio quasi questi genitori che con agilità e leggerezza portano in giro le loro creature. Però, guardando il mio diciottenne e il mio ventiquattrenne, mi ricompongo subito, da grandi i figli sono molto più trasportabili, anzi, sono loro che spesso trasportano noi e questo non ha prezzo, ne converrete.
La cameriera non mi chiama sweetheart, mi sarebbe tanto piaciuto, ma è gentile e simpatica. Fuori si vede benissimo il posteggio delle auto, dove una donna mal vestita cammina avanti e indietro e piange, piange, piange. Potrebbe essere l’incipit di un romanzo. Non riesco a non far partire il racconto, ovunque mi giri. Solo che a Natale non è bello vedere persone che piangono.
Ripartiamo e un paesaggio sempre più incredibile abbraccia la nostra autostrada. Vento, pioggerella, il cielo eterno, arbusti, rocce rosse a picco che sembrano un assaggio del Grand Canyon.
Dal nulla spuntano enormi Casino, probabilmente gestiti dai nativi che sono riusciti a riappropriarsi della loro terra. Constatiamo che tra un’ora saremo in Arizona mentre passa uno di quei treni eterni di cui ho già parlato e che il cervello non riesce a processare. Si vede che abbiamo bisogno di cose che finiscono.
Anche la strada è incredibilmente lunga, dritta, ben tenuta e, magicamente, viene attraversata da palle di erba, tumleweed, ovvero rotolacampo, proprio come nei cartoon. Per una volta decido di non precipitarmi a fotografarle, le voglio vivere in tutta la loro surrealtà. Di loro mi rimarrà un ricordo etereo, come di sogno.
Il misuratore di altitudine ci segnala che siamo a duemiladuecento metri! All’esterno ci sono otto gradi. 
Non ci siamo proprio resi conto di salire, la strada sembra quasi piatta, ma chilometro dopo chilometro si va su dolcemente.
Si fa ora di pranzo, non abbiamo molta fame ma dobbiamo onorare in qualche modo il pranzo di Natale. Ci fermiamo a Gallup, la città più patriottica degli Usa, come recita un cartello dal significato improbabile.
Pranzo in auto da Sonic, uno dei pochi luoghi aperti, dove ordiniamo pollo fritto, patatine, hamburger. 
Decine di auto sostano nelle apposite aree in attesa degli operatori che arrivano con i sacchetti fumanti e un po’ puzzolenti. Dentro troviamo una cascata di caramelline immangiabili ma coreografiche che finiscono direttamente nella spazzatura.
Mangiare in auto è molto americano, rimane un po’ di odore di cibo, ma spero che passi. 
Anche qui ci sono cartelli, come dovunque, con su scritto: Restrooms Clean, si vede che è un problema sentito, e non da sottovalutare.
I villaggi indiani si susseguono, pubblicizzati dagli immancabili cartelloni che invitano a mangiare gelati, acquistare mocassini e giocare al casino.
Ecco l’Arizona, festeggiamo con urla di gioia il passaggio nel terzo Stato americano di questo viaggio. Se avessimo i cappelli texani volerebbero per l’auto. Ne siamo sprovvisti, però vi ho dato l’idea dell’atmosfera che si respira in famiglia.
Il giovane è alla costante ricerca di luoghi curiosi da visitare e ci convince ad andare a Winslow a vedere il Meteor Crater, caduto ben quarantanove mila anni fa. Ha un diametro di più di un chilometro, è profondo centosettanta metri ed è stato generato dall’impatto di un asteroide dal diametro di quarantasei metri, cadendo sulla terra alla velocità che andava dai venticinquemila ai settantamila chilometri all’ora! Queste informazioni ci incuriosiscono e deviamo. In fondo abbiamo abbastanza tempo. 
Ma, giunti quasi sul punto di interesse, scopriamo che è sprangato e che moltissime altre persone si girano indietro piene di delusione.
Ripartiamo per il Grand Canyon, e io, con la mia mania di catalogazione, appunto tutte le cose che mi interessano in questo viaggio:

- I diners
- I musi dei camion
- Le vecchie pompe di benzina
- Le targhe dei vari Stati (che non colleziono per questa volta, non faccio neanche una foto, se no non ne esco).

Verso le diciassette arriviamo in un luogo montano completamente diverso dalla zona desertica di prima.
Abeti, casette di legno, duemiladuecento metri di altitudine, quattro gradi. Auto con sopra gli sci. 
Saliamo fino a duemilaquattro e finalmente raggiungiamo il Grand Canyon Village e l’hotel in cui abbiamo prenotato per la notte: l’Holiday Inn Express che è pieno di gente in tenuta pesante, atmosfera montanara, legno, camera grande per quattro, fuori dalla finestra abeti illuminati.
Ceniamo in una simpatica Steak House gestita da nativi dove finalmente ordiniamo piatti da ristorante, beviamo birra e stiamo bene.
Fuori ci sono zero gradi, in camera un bel calduccio. Siamo su un altopiano attrezzato per i turisti, con ristoranti di tutti i generi, negozi di souvenir, tante lucine deliziose e, soprattutto, nessuna traccia del Grand Canyon.
Ma, come diceva Rossella O’Hara, domani è un altro giorno, e spero proprio di scoprire dove si trova questo Gran Canyon per cui abbiamo fatto così tanti chilometri.

8 - Attraversamenti spazio temporali, Christmas Eve e New Mexico - Road Trip dalla Route 66 al Pacifico

Capitolo 8

Oggi iniziamo con un attraversamento spazio - temporale:

- il fuso orario che torna indietro di un’ora.

- il portale che ci proietta nel New Mexico!

Si capisce che il Texas è alle nostre spalle sia dall’enorme portale che si trova sulla strada, sia dalla presenza inequivocabile di store in cui vendono marijuana e derivati.
In New Mexico si può fare uso di droghe leggere e in molti aprono attività sul confine, in modo da accontentare tutti. Così verdissime fogliolone di Maria svettano sui cartelli e linde casette promettono vasti assortimenti.
Non manca un'insegna gialla forata da diversi proiettili, e vuoi non fotografarla?
Spero tanto, a questo punto del viaggio, di trovare un Diner, sapete quei locali tipo bar con i sedili fatti a panca e schienale di finta pelle, tutti in fila come in un treno. A destra la vetrata vista posteggio e a sinistra le deliziose cameriere con grembiulino e perenne brocca del caffè caldo in mano che ti chiamano: sweetheart, my dear eccetera.
Ma è tutto chiuso! È la vigilia di Natale! E io ho delle belle pretese.
Finalmente raggiungiamo il nostro hotel che fa parte di una catena: La Quinta. Ne ho incontrati tanti altri sulla strada e sono curiosa di vedere com’è.
Si trova proprio sulla vecchia Route 66, e questo è già un enorme pregio, è un posto di passaggio, accogliente e pratico. Riusciamo a fare una lavatrice e ad asciugare tutto con l’asciugatrice, il figlio scarica app, paga e risolve ogni problema senza battere ciglio, io avrei dovuto sostenere un esame alla Nasa per capirci qualcosa. Mi fido di lui e la nostra biancheria in un’ora e mezza circa torna nella nostra camera pulita e asciutta.
Nella hall troviamo gratis ogni genere di conforto: bevande fredde e calde, in camera acqua per tutti, macchinetta per il caffè, due lettoni giganti e molto spazio per i nostri bagagli che stanno prendendo forme sempre più creative e ingombranti.
Dopo esserci sistemati un po’, usciamo a esplorare Santa Rosa il paesino che ci ospita, alla ricerca di beni di sopravvivenza, specialmente birre, se possibile, e fazzoletti di carta che stanno finendo.
Le strade sono deserte, è già buio, solo qualche supermercato è ancora aperto, all’interno personaggi mal messi, vestiti poveramente, di fazzoletti neanche l’ombra, ci accontentiamo di birre quasi analcoliche.
Vaghiamo da un punto all’altro, sempre in auto, alla ricerca di cibo, ma anche i fast food stanno chiudendo.
Io e il marito troviamo degli yogurt su cui ci avventiamo pieni di entusiasmo e alla fine i ragazzi riescono a recuperare cibo messicano che portiamo in hotel.
Qui allestiamo un banchetto sul tavolo della nostra camera e brindiamo tutti e quattro davanti allo specchio, per un selfie tra i più assurdi della nostra storia.
Ridiamo al pensiero di trovarci alla vigilia di Natale in uno sperduto albergo del New Mexico, che però ha il suo albero addobbato all’ingresso, e nella sconosciuta Santa Rosa, che però esibisce luminarie private e pubbliche come qualunque città importante.
Doccia e sistemazione bagagli, il nostro tour de force continua, dobbiamo essere molto ordinati e precisi per evitare discussioni, dimenticanze, fastidi e negatività.
Finora ci siamo sopportati molto bene, la famiglia regge e il viaggio procede con grande piacevolezza.
Domani mattina sveglia alle sette, Babbo Natale per noi è già passato, regalandoci la possibilità di fare questa incredibile esperienza e gliene siamo grati.
Ora tutti a letto, soddisfatti di questa insolita Christmas Eve, perché ci attende un lungo viaggio verso il Grand Canyon che non vediamo l’ora di visitare.

7 - Il delizioso struggimento - Road Trip dalla Route 66 al Pacifico

Capitolo 7
Raggiungiamo in breve tempo Amarillo e, nonostante non sia la città più bella dello Stato, mi innamoro delle pianure infinite, immaginando cowboys a cavallo, immense bistecche sulla griglia, viaggiatori d’altri tempi pieni di speranze racchiuse nei loro cappelli a larghe tese. 
E ci siamo, siamo sulla Route 66, in origine US Highway 66, che è una lunga distesa di asfalto con zone completamente abbandonate, e per questo poeticamente nostalgiche, che si allungava verso Chicago a est e fino a Los Angeles a ovest. Questa è la vera Strada americana, simbolo di avventura e di speranza, che conserva all’aperto quasi novant’anni di storia. Fu terminata nel 1938, e fu determinate nella Seconda Guerra Mondiale, quando da Chicago partivano i rifornimenti per i militari di stanza a San Diego. 
In seguito accompagnò gli americani che emigravano da est a ovest per cercare fortuna in California, il nuovo Eldorado. Negli anni Cinquanta aumentarono gli spostamenti e la produzione di auto e il traffico sulla Route divenne intenso e pieno di incidenti. 
Nel 1956, quando Eisenhower era Presidente, si decise la sua chiusura e la trasformazione in Interstate a quattro corsie. Lunghi tratti vennero dismessi e sulle sue sponde tornò la desolazione. 
Fortunatamente dal 1994 la Route 66 è diventata monumento nazionale e sotto la protezione del governo federale. 
Adrian, dove ci fermiamo per caso a fare carburante, sta al suo esatto centro. 
E qui torniamo al film Cars, dove vi avevo lasciati nel capitolo scorso, che, nonostante i nomi fittizi dei luoghi dove si svolgono le vicende, è proprio ispirato da questa strada e da questa zona. 
Alcuni cimeli della Route 66 ci fanno sentire proprio in un film: vecchie auto anni Sessanta abbandonate, motel fatiscenti con cartelli pericolanti, casette rurali con annesso piccolo market dai vetri rotti, distributori di carburante della Chevron dalle insegne sbiadite. 
Entriamo in uno di questi posti pieni di ciarpame, vetri rotti, materassi abbandonati. 
Un tempo erano punti di passaggio, erano vivi, al loro interno vi lavoravano persone e altri mangiavano qualcosa o facevano benzina. 
Ed ecco le auto di Cars, vecchie carcasse con sopra il logo della 66, il Fabulous Motel 40 con sotto una maggiolino tutta arrugginita e fascinosa, una cabina telefonica aperta, con l’apparecchio appeso, quasi pronto a funzionare, dal filo penzolante, in diretto contatto con il passato. 
Un ristorante di cui si legge solo più STAURAN…, la T a penzoloni e una freccia che rimanda a un parking che non c’è. Io ci vedo il Passato, che resiste alle intemperie, che non vuole mollare, che urla in un’eco continua: io ci sono! Sono stato importante per voi! Non abbandonatemi! 
E qui si innesta il film Cars, in cui si racconta quanto la creazione di una nuova Interstate abbia tagliato fuori tanti paesini, abbia portato alla chiusura di attività commerciali e accompagnato verso la rovina molte famiglie. 
Insomma, Adrian non è proprio Radiators Spring, ma ci va molto vicino. 
Fotografo tutto il possibile, perché qui non c’è solo un grande passato, ma esiste anche un po’ del mio, fatto di film, serie tv, soap opera, quell’immaginario collettivo che ci siamo formati noi europei, che l’America l’abbiamo vista solo da adulti, e che ci fa strano vederla così coerente con la sua narrazione. 
Mi prende un delizioso struggimento che sa di dolce immensità, di arioso tempo infinito, di ruvida terra promessa e di insensata speranza. 
Ma è ora di ripartire, la nostra auto Texi fa bip bip e il nostro futuro americano ci attende per nuove avventure.

6 – Dinosauri, pale eoliche e pannelli - Road Trip dalla Route 66 al Pacifico

Capitolo 6

È il 24 Dicembre, la vigilia di Natale! 
Tutto qui ce lo ricorda. In ogni albergo gli addobbi non mancano e grossi alberi luccicanti trovano il loro spazio nella hall. 
Nel letto dell’Hotel Decatur non c’erano le cimici, ma mi ha disturbato quel lieve odore di umanità che si sente trapelare da sotto le lenzuola pulite. 
Per ovviare a tanto disagio porto sempre una federa che appoggio su ogni cuscino, opportunamente spruzzato con il profumo di lavanda. Nonostante questo, purtroppo l’odioso aroma di utenti che si sono coricati prima di me a volte emerge e non ci devo proprio pensare. 
Per cui in ogni camera di albergo in cui entro, anche la più pulita, procedo con una disinfezione capillare: prese, interruttori, rubinetti, comodini, spalliere dei letti, sanitari, scrivanie, poltroncine, tastiere dei telecomandi, telefono, cassaforte, finestre e mobiletto bar. Lo so, alcuni di voi mi capiscono.
Le tende mi fanno ribrezzo, così come i cuscini che non servono a nulla e i copriletto (Barbieri mi devi assumere). 
I miei familiari si innervosiscono, vogliono andare in bagno, ma io li pietrifico, finché non ho terminato il giro di disinfestazione. 
Quando invece le camere sono separate, i figli riescono a sfuggire al mio rito purificatore, e questo non lo perdonerò mai. 
Anche questa volta mi sono svegliata puntuale alle 2.30 che sarebbero le 9.30 a casa. Non capisco come mai accada ogni notte. 
La colazione è buonissima: pancake, torte, uova strapazzate e tanto altro nel buffet ricco di offerte allettanti. 
La signora che stamattina sta alla reception  è molto simpatica (non sa nulla del vibratore di ieri) e nel salutarci ci elenca divertendoci una serie di cose che potremmo dimenticare, finora siamo riusciti a non abbandonare nulla in giro. 
Partiamo sotto la pioggia, è da stanotte che scende con entusiasmo, ma non fa freddo, con un piumino leggero si sta davvero bene. 
Riprendiamo la nostra strada eterna e dritta, sul lato destro ci sono tre cose curiose: 
- copertoni di camion 
- auto ferme 
- rampe per le frenate senza speranza. 
I copertoni dei camion sono sparsi in molti preoccupanti pezzi per chilometri e chilometri, non ci spieghiamo il motivo, ne vediamo talmente tanti che sembra che ogni dieci metri una gomma si frantumi. 
Sul navigatore continua a comparire la scritta: auto in panne e in effetti troviamo moltissime macchine ferme, alcune con carro attrezzi già all’opera, altre con accanto la Polizia che pare sbucare dal nulla. Il pensiero di rimanere a piedi in quelle lande deserte fa venire i brividi, ma la nostra Texi funziona benissimo e non abbiamo motivo di preoccuparci. 
Le rampe fatte di ghiaia servono a frenare i camion che, lanciati lungo la strada, rompono i freni. Meno male che queste corsie di vera emergenza esistono, vedere nello specchietto un bolide, anche se carino e colorato, che ti sta per centrare da dietro, non è bello. 
Un’altra stranezza sono i treni che passano paralleli alla strada. Sono lunghi chilometri, e non esagero, un vagone dopo l’altro, tanto che ti sembra di avere qualche difetto alla vista o nel cervello, non è possibile che la carovana non finisca mai. Invece è così. Alcuni trasportano carbone, altri sono azzurri con la freccia sorridente di Amazon. 
Smette di piovere e il circondario diventa sempre più secco e arido, siamo nel deserto in cui spiccano raramente le staccionate dei ranch, alcune casette tipo baracche, camper immensi come case, mucche nere che chissà da dove arrivano. 
Neanche l'ombra di quei muscolosi e indomiti cow boys che incontriamo solo nei film.
Vorremmo il caffè di metà mattina, sul cibo ci stiamo adeguando, ma l’espresso si fa strada nelle nostre menti e non ne vuole sapere di andare via. Il figlio autista non fa a tempo a dire Starbucks che ne compare uno. Meglio che niente.
Facciamo benzina, sempre cifre ridicole rispetto all’Italia, un pieno costa circa 20 dollari, ed entriamo. L’aria è gelida, hanno il coraggio di accendere i condizionatori anche in inverno, posizionati sul freddo ovviamente, basta poter sprecare energia e dimostrare che i texani possono! 
Le bariste hanno in testa dei graziosi cerchietti natalizi e sono gentili, una pure in maniche corte. Anche questo bagno è grande e pulitissimo. 
Qui le auto fanno un versetto quando le apri e quando le chiudi. Non siamo abituati a questo richiamo che ci fa sempre ridere. E quando si è in un posteggio si sente come un canto un po’ stonato, composto da tutte le aperture e le chiusure. Di positivo c’è che quando non trovi il tuo mezzo, basta schiacciare più volte il telecomando e, seguendo il suono, in qualche modo lo ritrovi. 
Ripartiamo e ci mettiamo a parlare di solitudini. In queste lande desolate, degni quadri di Hopper, un pensiero va a chi è solo e all’importanza di prendersi cura di chi ne ha bisogno. Argomenti da Christmas Eve. 
Il figlio autista, che pare non si stanchi mai pure guidando per ore e ore, attiva il cruise control e l’auto va da sola, in queste autostrade è davvero di grande aiuto. 
Accanto a noi sfilano le pompe di petrolio che si muovono piano su e giù, come dinosauri pietrificati in un unico movimento. Sono così poetiche che cerco di fotografarne alcune. 
I campi di cotone si alternano a quelli di mais e sullo sfondo infinite distese di pale eoliche fanno da contrappunto ai dinosauri. 
La terra diventa sempre più rossa e a tratti è ricoperta da immense estensioni di pannelli solari. Qui l’energia non manca. 
Il giovane ci fa fermare presso un grande cubo di Rubik, piuttosto brutto ma segnalato sulle mappe. Scendiamo e ci facciamo un selfie. In tutto questo nulla è pur sempre qualcosa. Abituati all’Europa, qui ogni piccola differenza sul percorso sempre uguale sembra un capolavoro. 
E io, come in aereo, sto benissimo, vorrei che la strada non finisse mai, con il suo andamento regolare, il panorama ben definito, senza intoppi, come dovrebbe essere la vita, magari più noiosa, ma sicura. 
Il nulla cosmico mi abbraccia e conforta: erba secca, rotaie eterne, suggestive catapecchie abbandonate. 
La nostra meta è Amarillo che immaginiamo ricca di ogni beltà e ne parliamo come di una terra promessa. 
Nel frattempo i primi cimeli della mitica Route 66 si palesano. La mia eccitazione sale. Vorrei fotografare tutto, la famiglia si ribella, non possiamo fermarci ogni cento metri e allora io apro il finestrino e click click aria in faccia e scatti sfocati. 
Ci fermiamo ad Adrian, e chi lo conosceva? Un luogo speciale di cui vi parlerò nel prossimo capitolo. 
Intanto iniziate a ricordare il film d’animazione “Cars”, che è stato il primo di questo genere a vincere un Golden Globe come Miglior Film, cosa vi viene in mente?

5 - La traversata - Road Trip dalla Route 66 al Pacifico

 Capitolo 5

Prossima tappa: Decatur Texas. Direte voi: ma che posto è? Appunto, è un non-posto. 
La nostra meta è… rullo di tamburi… il Grand Canyon, ma per arrivare lì bisogna macinare molti chilometri, per cui nel nostro progetto di viaggio abbiamo dovuto spezzare l’itinerario con due tappe intermedie. 
Sono proprio curiosa di vedere il cuore del Texas, la parte non turistica, quelle strade dritte e infinite che si vedono nei film. Cosa ci sarà? Cosa mi colpirà? 
Sui lati della carreggiata svettano enormi cartelli che sono davvero uno spasso. Ne fotografo una manciata, non so se il loro intento sia auto ironico o serissimo. I temi principali sono:

- Avvocati specializzati in incidenti stradali (e qui tocchi ferro o altro a seconda…) 
- Gruppi religiosi a caccia di fedeli 
- Vendita di giochi erotici 
- Medici esperti per assisterti in caso di gravi malattie (e qui tocchi di nuovo un po’ in giro)
- Vendita armi (inquietante) 

Le rare casette che si fanno coraggio in villaggi sperduti sono ricoperte da luci natalizie fin sul tetto, davanti esibiscono addobbi di tutti i generi: babbi Natale gonfiabili, slitte, alberelli agghindati. 
Anche le auto sfoggiano un look natalizio con lucine colorate, gambe di folletto che penzolano dal portabagagli, corna di renne ai lati del vetro anteriore. 
Insomma, pur essendo su un’autostrada, tutto ci ricorda che la notte di Natale si avvicina e che noi siamo soli soletti in mezzo a queste enormi distese americane. 
Già nei viaggi precedenti negli USA ho coltivato un’insana passione per i musi dei camion che sono per me di una bellezza unica. Ogni truck ha il suo colore che va dal metallizzato all’opaco, toccando le infinite tonalità dell’arcobaleno. Le cromature sono brillanti, tutto sembra nuovo e lucidato a dovere. Si vede che i loro possessori ne vanno fieri e io li fotografo adottando una tecnica particolare: mentre il figlio al volante li supera, mi preparo allo scatto posizionando il telefono accanto a me, con la parte lunga attaccata al vetro, giro la telecamera e, appena scorgo la parte anteriore del camion, se mi piace e se ha un colore che non ho ancora visto, zac, lo acchiappo. 
Con la giusta inclinazione e un po’ di velocità la foto viene perfetta e la mia collezione si arricchisce chilometro dopo chilometro. 
Passiamo accanto ai cartelli per Dallas e scatta la sigla: 
hey hey hey, forza vieni a Dallas, la fortuna incontrerai, sacco a pelo e una chitarra, vieni a Dallas vieni qui, sai ballare balla… 
Ma niente Dallas in questo viaggio, che peccato! 
Per pranzo ci infiliamo in un supermercato che è mitico in Texas e che si chiama Buc-ee’s. I figli lo conoscono benissimo, io faccio un bel giro per capire dimensioni e tipo di merce esposta. 
C’è un enorme reparto con abbigliamento e gadget con sopra il loro marchio, un simpatico castoro dal berretto rosso. Ma la parte più divertente è l’area food: nel centro trovo una zona circolare in cui si muovono parecchi ragazzi muniti di cappelli texani, sono loro che cuociono e affumicano enormi tagli di carne per poi tagliarli e infilarli in panini super farciti anche con abbondante salsa barbecue. 
Il tutto urlando: Fresh Brisket on the Board! Con tanto di coro di rimando. 
Sembra un teatro e mi fermo a guardare la scena che si ripete per tutto il giorno, mentre loro devono dimostrare entusiasmo in ogni azione che compiono, chissà se sarà previsto dal contratto. 
Qui pare ci siano i bagni più puliti d’America e devo dire che offrono il disinfettante per la tavoletta, quello per le mani e alla fine mi trovo abbastanza a mio agio, per essere fuori casa. Assaggiamo le Beaver Nuggets, perché ne vendono a dosi industriali, sono dolci e non ci fanno impazzire. 
Facciamo carburante e mangiamo in auto come tutti gli altri. Il mio enorme panino è delizioso, sa di affumicato, un pizzico di dolce, la carne è tenerissima e si scioglie, riesco pure a finirlo. Il nostro hotel si chiama Decatur Hampton Inn and Suites. Entriamo un po’ stanchi e con le braccia sempre più piene di bagagli. 
Ma il mio beauty case, che per l’occasione è un morbido sacchetto rosa dell’Ikea, improvvisamente si mette a vibrare. La receptionist mi guarda sbalordita e io inizio a tastare l’involucro nella speranza di bloccare quel rumore equivoco. Presto la famiglia capisce cosa sta accadendo, ci mettiamo tutti a ridere, la signora al bancone è contrariata, io non riesco a spegnere il coso. 
La scena termina con il giovane che tira finalmente fuori dal sacchetto l’oggetto vibrante e lo esibisce, cercando di far capire a tutti che si tratta solo di uno spazzolino da denti e che la madre non usa aggeggi erotici in vacanza. 
Maestosa cena in camera con yogurt provvidenziali, panini del McDonald's e birre. 
Notare che il giovane ha 18 anni, in Italia sbevazza in santa pace, ma negli USA è vietatissimo, quindi gli passiamo una birra poco alcolica solo quando siamo tra noi, per non farlo sentire troppo solo e troppo giovane. 
In questa tappa abbiamo due camere, gran lusso! Sono ampie e ognuno di noi ottiene un lettone da una piazza e mezzo e una bottiglietta di acqua in omaggio. 
Se non ci sono le cimici dei letti, che pare spopolino negli USA, stanotte dormo da regina.


4 - Ho toccato la Luna con un dito - Road Trip dalla Route 66 al Pacifico

Capitolo 4 
Oggi colazione in camera, il figlio è costretto dal resto della famiglia (tre bulli) a scendere in pigiama a ritirare bevande e dolcetti da Starbucks. Chi è più giovane paga pegno. 
Proviamo a ricollocare ogni cosa dentro alle valigie, operazione che dimostra quanto la teoria sull’entropia, in base al secondo principio della termodinamica (l’ho cercato), con una tendenza della natura verso il disordine, sia corretta. 
Il figlio grande e il marito vanno a prendere l’auto. Vi ricordate? L’avevamo lasciata in un posteggio fantasma nel centro di Houston. Mi preoccupo. Ci sarà ancora? L’avranno distrutta? Potranno uscire? 
Io e il giovane ci prepariamo con tutti i bagagli fuori dall’hotel. Strano come stiano aumentando. Ad esempio ora abbiamo anche sacchetti di viveri e bevande, qualche acquisto che non starà mai in valigia e oggetti non bene identificati. Meglio non pensarci. 
La Texi arriva trionfalmente. Tutto a posto. Però dobbiamo fare ancora un passaggio al gabbiotto della Sixt, dalla signorina tutta treccine e occhi rotondi. 
Sì, perché Mr. Smith (l’angelo di ieri) ci ha fornito l’auto per un solo giorno, ora ci tocca rispiegare tutto nella filiale di down town e sperare che il nostro angelo abbia lavorato bene. 
Questi sono i problemi che nascono in vacanza e noi li dobbiamo risolvere. 
La b… (b può stare per bruna, bella, ma anche altre cose in inglese) che abbiamo avuto il dispiacere di conoscere ieri è lì e mi fa una faccia ancora più antipatica. 
Io parto subito con una filippica su quanto sono stati poco professionali e anche qui voglio parlare con la sua manager che arriva in un profluvio di sorrisi. Infatti il nostro angel Mr. Smith ha sistemato tutto. Meno male. 
Pochi minuti, una manciata di firme e si riparte, con tante scuse, rimborso dei taxi di ieri e della giornata in più di noleggio che ci hanno fatto pagare per poter prendere l’auto in aeroporto. 
Faccio tanti auguri di Buon Natale alla treccina e lei rimane di stucco, pensava che le avrei messo le mani addosso, fortunata, non sono violenta. 
E via, verso lo Space Center della Nasa! Abbiamo tempo per fare un giretto nei dintorni che sono deliziosi. 
C’è un borgo fatto di lussuose casette di legno colorato che si affacciano sul mare, o forse è una baia, comunque di sicuro siamo sul Golfo del Messico. 
Al posto dei garage hanno delle palafitte su cui sistemano le barche, i prati sono perfettamente tagliati, verdi e rigogliosi. È un posto da favola, tutto pulito e ordinato. Ci abiteranno gli ingegneri e gli astronauti? 
Ingresso trionfale alla NASA, non c’è ancora quasi nessuno, caffè orribile al bar ma siamo eccitati. 
Nella grande sala del Destiny Theater, dal titolo altisonante, va in onda il filmato Human Destiny, composto da oltre 6 milioni di riprese originali, in cui si racconta la storia della NASA, dalla fondazione ai più importanti progetti spaziali del passato, presente e futuro. Si vede anche il podio da cui Kennedy nel 1962 annunciò il programma Apollo, pronunciando la fatidica frase: We choose to go to the moon. 
Il video è strappalacrime e ci porta dalla missione sulla luna ai giorni nostri per mostrare l’Uomo che viaggia verso l’ignoto, che rischia la vita, che supera se stesso. Bellissimo e coinvolgente, come solo gli americani sanno fare. 
Nella testa risuona in loop Space Oddity di Bowie, e se non qui, dove: Ground Control to Major Tom… con la frase straziante: tell my wife I love her very much, she knows… 
Un trenino ci porta all’interno della base, tra grandi hangar, uffici, zone verdi, per la Historic Mission Control, con visita alla sala comando dell’Apollo 11, per il primo tentativo di atterraggio sulla Luna. 
Ecco l’area di monitoraggio, ancora intatta, con le sigarette spente nei portacenere, le poltroncine anni Sessanta, i fogli con i calcoli, i monitor, i pulsanti. Da questa stanza il team della NASA ha esercitato il controllo completo della missione Apollo 11 dal lancio al Kennedy Space Center fino all'ammaraggio nell'Oceano Pacifico. 
Su grandi schermi vengono proiettate quelle immagini incredibili e dentro di me si crea un corto circuito, perché il tempo perde i suoi contorni, ho tre anni, sono nella mia casetta di Milano, quando ancora la mia vita sembrava su un binario molto differente da quello che poi ha preso. 
La tv in bianco e nero, mio papà che esulta, immagini messe da parte e poi ritrovate. 
E ora sono qui, in una triangolazione pazzesca, mentre l’evento dei miei tre anni si srotola un po' sfocato sullo schermo, la stanza a colori in cui tutto avveniva è davanti a me, congelata in quell’attimo incredibile. 
Andiamo a pranzo nel bar centrale dove ogni cosa costa tantissimo, il salmone con le patatine va bene per tutti, e, una volta svenati, prendiamo un altro trenino che sfila di fronte a bisonti dalle corna enormi per portarci allo Astronaut Training Facility, il campo di preparazione degli astronauti e centro di ricerca e sviluppo. 
Una passerella sopraelevata permette di osservare alcuni moduli di addestramento, capsule per i test in ambienti di microgravità, rover e robot. 
Siamo nelle vacanze di Natale e il centro è poco popolato. Però è impressionante vedere l’immensità degli spazi, le scrivanie, i cavi che chissà dove vanno, qualche decoro natalizio, uno schermo che riproduce un caminetto per rallegrale l’ambiente. L’impressione è che ci sia un’atmosfera scherzosa e che questi scienziati si prendano poco sul serio. 
Entriamo nella perfetta replica dello shuttle Independence, montata sull’originale Boeing 747 NASA 905, il velivolo usato per il trasporto degli shuttle: vediamo la cabina di pilotaggio e la zona abitata. Nella stiva è esposta la capsula STS -49 con la quale, nel 1992, tre astronauti passarono ben otto ore durante una missione di recupero di un satellite. 
Nel Centro ci sono un’infinità di reperti da osservare, il cibo spaziale, le tute, anche danneggiate, ci sono foto della Samantha Cristoforetti nazionale che ci riempie di orgoglio, nella Starship Gallery sono esposte navicelle, moduli lunari, e diversi reperti provenienti dallo spazio. 
Tra le attrattive più seducenti c’è il modulo di addestramento per Skylab, la prima stazione spaziale abitabile degli Stati Uniti. Il progetto Skylab ha permesso di studiare nuovi metodi per vivere e lavorare nello spazio per lunghi periodi, è stato quindi precursore dell’ISS. 
Non posso non accennare alla Missione su Marte. Sto leggendo in anteprima un romanzo di Elisa Maiorano Driussi che parla proprio di un’astronauta alle prese con le selezioni per poter partecipare al programma che porterà l’uomo sul Pianeta Rosso. La coincidenza è incredibile, perché la protagonista del romanzo si aggira proprio in questo centro spaziale.
A volte la vita è proprio surreale, almeno per me. 
Un’altra sfida sarà dare la possibilità agli astronauti di coltivare cibo su Marte, esattamente come nel film The Martian con Matt Damon e qui si studiano proprio queste cose. 
Ho anche toccato la Luna! Ebbene sì, c’è un pezzetto di Luna su cui puoi far passare un dito e da qui… toccare la Luna con un dito è un attimo. 
I maschi del gruppo comprano magliette e calamite, io stranamente non vengo irretita da attrazioni turistico-gadgettistiche e mi guardo intorno, incredula di fronte al coraggio e alla determinazione di alcuni uomini che sembrano avere un reale significato su questa terra, come se facessero parte di un gruppo di persone “superiori”, in grado di concentrarsi solo su questioni scientifiche, sullo sviluppo dell’umanità, mettendo a repentaglio le proprie vite per il grande Piacere della Scoperta. 
Permettetemi di concludere con un omaggio ai miei amatissimi Piero e Alberto Angela, che spesso hanno parlato di questa base e delle avventure umane nello spazio e forse, sia noi che i nostri figli, se abbiamo voluto iniziare la vacanza da qui, è anche grazie a loro.

3 - Houston, abbiamo un problema! - Road Trip dalla Route 66 al Pacifico

Capitolo 3 

È domenica. Tra che è un giorno festivo (i giorni festivi in vacanza mettono tristezza) e che siamo nel periodo natalizio, Houston sembra deserta. 
Il nostro hotel si trova in mezzo a palazzoni spenti, enormi posteggi vuoti, in un silenzio irreale. 
Il figlio giovane ha dormito come un sasso, io mi sono ritrovata sveglissima all’una e trenta, quando a casa erano le nove e mezza di mattina. Siamo un po’ storditi ma ci facciamo coraggio. 
Scendiamo alla ricerca di un posto dove fare colazione. Colazione da Tiffany… e no, da Starbucks, in realtà in camera, perché è un takeaway. 
Gli ordini li gestisce il figlio, che inizia a protestare per le nostre richieste diversificate e (quasi) ci impone scelte che possa gradire in base a decisioni tutte sue. 
Lui che parla bene l’inglese non sopporta i nostri tentennamenti e la mancanza di cura nelle parole, per cui con una certa ansia ci costringe a definire ciò che vogliamo, ma veloci, lanciando occhiatacce. Non vorremo mica far vedere che siamo italiani? E che non parliamo perfettamente in inglese? 
Lui invece capisce tutto, ordina tutto, possiede una app per ogni cosa, risponde senza fraintendere e nel tempo in cui io sono ancora lì a decifrare la parlata veloce della cameriera, lui ha già pagato. 
Un po’ alla volta la nostra genitorialità perde quota e ci trasformiamo in figli ubbidienti. E zitti! Sarà la pena del contrappasso. Ma siamo solo all’inizio… 
Ora devo aprire una parentesi sul buonissimo tè di Starbucks che però viene servito incandescente, con la fascetta anti ustione intorno al bicchiere di carta. 
Mi dimentico sempre queste cose quando torno dai viaggi e capisco che mi devo inventare una volta per tutte qualche antidoto alla bevanda da drago. Da questo momento così mi porterò sempre nello zaino dell’acqua a temperatura ambiente, butterò via quasi metà tazzona di tè e integrerò per raggiungere un tepore accettabile. 
Che si fa in una Houston deserta in attesa di andare a ritirare l’auto? Il figlio trova subito la soluzione: tutti a prendere il caffè in un centro commerciale. Vogliamo vedere cosa fanno gli houstoniani di domenica. 
Chiama l’Uber, che arriva in qualche minuto e ci porta simpaticamente a La Galleria, dal nome italiano. 
Ops, ha appena aperto e non ci sono houstoniani… Vaghiamo in un ambiente surreale, il caffè lo beviamo allo Starbucks (bollente e corretto acqua anche quello) perché tutto il resto è chiuso. Famiglie fantasma si aggirano come noi, confuse sul da farsi, i negozi aprono sonnacchiosi e di malavoglia. 
Il centro commerciale sembra l’unico posto abbastanza vivo a Houston e con lentezza si anima. Facciamo acquisti insensati, scoviamo bagni enormi, puliti e accoglienti con tanto di salottino di attesa e facciamo arrivare l’ora di pranzo gironzolando senza meta. 
Ci sediamo ai tavoli di Chipotle Mexican Grill e ci lanciamo sui burritos, ficcandoci dentro un sacco di roba. Esito: dei bombolotti enormi e straripanti che mi guardano con malignità. 
Mio marito non sopporta una spezia che si trova all’interno e basta un morso per farlo trasalire. Segue lancio nella spazzatura e fuga verso un hamburgeria qualsiasi. 
Io, non tollerando gli sprechi, mi sforzo all’inverosimile di buttare giù il miscuglio, ma non riesco a finirlo. Imparerò a fare ordini più adeguati alle mie necessità. 
Intorno sfilano sudamericani muniti di collane pesanti e donne con importanti fondoschiena. I figli mi sgridano perché queste considerazioni non solo politically correct. Ma la verità fa male, lo so. 
Riprendiamo un Uber per tornare in hotel, breve riposino e si riparte a piedi per andare a prendere l’auto prenotata ad agosto. Ma… sorpresa, la ragazzetta della Sixt, che ci accoglie un po’ scocciata nel suo chiosco modello antro della strega, sembra determinata a chiudere e ad andare a casa. 
In sostanza comunica con indifferenza che la nostra auto lì non c’è. 
A questo punto possiamo finalmente dire: Houston abbiamo un problema.
La signorina tutta treccine e occhi rotondi (e qui i figli inorridiscono perché non si possono fare descrizioni fisiche ma questo è il mio racconto e faccio ciò che voglio) ci sbologna indicandoci un altro car rental. 
Piuttosto innervositi chiamiamo un Uber il cui autista guida come un pazzo, ha il vetro davanti tutto venato e si dirige in una zona desolata mollandoci davanti allo sconosciuto hotel Royal Sonesta, nel nulla. 
Forse la ragazzetta ci ha presi in giro, ma incredibilmente, nei suoi corridoi, troviamo un banco della Sixt, dove alberga un responsabile per nulla intenzionato a consegnarci la nostra auto. L’uomo si agita, è poco gentile, telefona a qualcuno e alla fine ci spedisce, proprio come un pacco, in aeroporto. 
Altro Uber, questa volta dal conducente gentile. 
Hi! Houston-George Bush Airport dal nome altisonante, we are back! In due giorni due visite, si sentirà importante. Scendiamo al deposito delle auto, che sembra tutto dedicato alla AVIS. Oddio, e se la Sixt non ci fosse affatto? Dobbiamo lottare per un nostro diritto e non molliamo. 
Finalmente troviamo l’ufficio tutto arancione e veniamo accolti da Mr. Smith. Gli spieghiamo l’accaduto e pretendiamo un’auto perché domani noi dobbiamo andare alla Nasa! Che si pronuncia con la s sorda (diversamente non lo capiscono). 
Mr. Smith ci spiega che la nostra prenotazione è per un’auto down town e che in aeroporto costano di più. Ma guarda te. Dolore e rabbia. 
Mi metto inspiegabilmente a discutere in inglese, quando voglio… spiego che sono stanca, che non intendo spendere un dollaro in più per la dannata auto e che chiami il suo manager per risolvere una situazione che ci sta facendo perdere la pazienza. Lui tentenna.
Poi mi viene l’illuminazione, cambio tono, sorrido e gli dico: sono certa che tu, Mr. Smith, sarai un angelo per noi e che risolverai per il meglio questa situazione. Siamo nelle tue mani e ho fiducia in te. 
A questo punto lui si mette in moto, chiama il manager, confabulano un po’ e insieme trovano una soluzione. L’auto compare davanti a noi, è una GMC che soprannomino Texi, ha la targa del Texas! Ovvio, ma che emozione. 
Qualche secondo per capire come funziona e il figlio tuttofare, munito di patente estera, ci porta fino a un Walmart, famoso supermercato per famiglie, dove compriamo patatine (evviva), birre e alcuni generi di sopravvivenza. 
Per inciso devo dire con un certo orgoglio che noi avevamo allevato i figli tra visite a zone archeologiche, musei, chiese, ma a quanto pare a loro piacciono di più i supermercati e i fast food. 
Tornando a Walmart, i prodotti si presentano in incredibili king size, ma con un po’ di buona volontà troviamo anche porzioni da small family. Qui c’è anche il McDonald's in cui il giovane prende un hamburger non eccezionale. Una ragazza un po’ fatta, che versa tutto il suo smoothie in terra, si diverte a interrogarci, perché siamo italiani e questo a quanto pare le piace. Anche a noi. 
Riprendiamo la nostra nuova auto che è comoda e accogliente, io le parlo e la accarezzo come se fosse un animale da compagnia, perché voglio fare amicizia con la Texi. Ormai nessuno in famiglia fa più caso al mio modo surreale di pormi nei confronti del mondo e tollerano le mie stranezze senza fiatare. Dopotutto sono un'autrice e la fantasia fa parte di me (questo mi racconto per giustificarmi).
Raggiungiamo down town e troviamo un posteggio assolutamente deserto in cima a un palazzo. Sotto iniziano ad aggirarsi personaggi strafatti, piegati a metà dalla droga, si sistemano lungo i marciapiedi, neri e lugubri come la città in cui è sceso il sole. All'ingresso dell'hotel tre ragazze dall’aspetto messicano, agghindate con gioielli vistosi, abiti attillati, minigonna, ciglia finte e lunghissime unghie colorate, aspettano un taxi. Dal loro atteggiamento deduciamo che si tratta solo di tre giovani in procinto di andare a divertirsi da qualche parte e il look eccentrico fa parte del gioco. 
Ceniamo in camera, non abbiamo ancora digerito i burritos. Le vettovaglie acquistate da Walmart, insieme alle birre, bastano e avanzano. 
In un cassetto trovo la Sacra Bibbia e il libro dei Mormoni, ma davvero li consultano? 
Siamo su di morale, ora abbiamo un’auto e il letto ci aspetta. Sono quasi le dieci e a casa nostra quasi le cinque del mattino. Stiamo superando il jet lag ma è meglio dormire.
A domani.