Capitolo 9
Buon Natale!Ci svegliamo facendoci gli auguri e trovando un’allegra atmosfera a colazione. I pochi avventori sorridono e sembrano di buon umore.
La notte all’hotel La Quinta è stata ottima, letti comodi e silenzio. Ci serviamo al buffet: buonissime uova strapazzate con patate, muffin, pancake con sciroppo d’acero (adoro), tè, caffè e succhi di frutta, cereali, non manca nulla.
Nel parcheggio un’adorabile famiglia di gatti neri occhieggia tra le auto e, mentre gli uomini caricano la Texi, io fotografo i felini, ma senza spaventarli.
Si parte alle 8.20 e facciamo subito rifornimento di carburante. L’auto continua a fare i suoi suoni all’apertura, a volte ci infastidisce, a volte ci fa ridere, qui è così.
Ecco le derrate alimentari che si stanno accumulando in diversi sacchetti di supermercati:
- avanzi di patatine piccanti;
- mezza busta di inspiegabile carne secca;
- succo di frutta;
- qualche birra;
- biscotti Oreo;
- cookies al cioccolato.
Oggi è Natale e potremmo anche aver bisogno di dare fondo a queste provviste, ci sarà qualche attività aperta? Lo scopriremo presto.
L’autista esce con questa affermazione:
— Siamo nel posto meno natalizio di sempre.
Non possiamo non concordare, ma le piacevoli dune cespugliose lungo la strada, la musica stucchevolmente natalizia di Mariah Carey che ci viene imposta dal grande, il mio maglioncino su cui c’è scritto: I believe in Santa, ci accompagnano in questa atmosfera surreale in cui, su insistenza del giovane, decidiamo di orientarci verso la mitica Albuquerque.
Chi di voi ha seguito la serie tv Breaking Bad sobbalzerà, noi abbiamo visto pure il prequel, anche meglio: Better call Saul. E ci è piaciuta tantissimo. È stata girata proprio qui e, nonostante siano passati già parecchi anni, sono ancora vivi gli echi delle gesta di quei personaggi memorabili.
Prima passiamo a vedere l’ufficio dell’istrionico avvocato Saul Goodman, poi la casa di Walter White che è tutta circondata da barriere per evitare ai turisti di avvicinarsi. Noi sfiliamo in auto senza farci notare e senza importunare i poveri proprietari. Passiamo accanto a una fabbrica che processa marijuana e sentiamo l'odore fortissimo dell’erba più quotata del pianeta.
Finalmente troviamo un vero Diner! Emozione! È proprio come lo voglio io, entriamo pieni di entusiasmo. Ci sono famiglie numerose, anziani, coppie e single che si apprestano, solo a metà mattina, a fare il pranzo di Natale. Noi ci limitiamo a ordinare delle enormi cheesecake accompagnate da tè e coca cola in bicchieroni immensi stracolmi di ghiaccio (per me inaffrontabili).
Devo far notare a questo punto che in quasi tutte le tappe ho visto che i bambini, più che essere trasportati su passeggini, vengono trainati dentro a pratici carretti a quattro ruote, che permettono loro di essere più liberi e anche in due. Ripensando alle mie difficoltà con i passeggini, invidio quasi questi genitori che con agilità e leggerezza portano in giro le loro creature. Però, guardando il mio diciottenne e il mio ventiquattrenne, mi ricompongo subito, da grandi i figli sono molto più trasportabili, anzi, sono loro che spesso trasportano noi e questo non ha prezzo, ne converrete.
La cameriera non mi chiama sweetheart, mi sarebbe tanto piaciuto, ma è gentile e simpatica. Fuori si vede benissimo il posteggio delle auto, dove una donna mal vestita cammina avanti e indietro e piange, piange, piange. Potrebbe essere l’incipit di un romanzo. Non riesco a non far partire il racconto, ovunque mi giri. Solo che a Natale non è bello vedere persone che piangono.
Ripartiamo e un paesaggio sempre più incredibile abbraccia la nostra autostrada. Vento, pioggerella, il cielo eterno, arbusti, rocce rosse a picco che sembrano un assaggio del Grand Canyon.
Dal nulla spuntano enormi Casino, probabilmente gestiti dai nativi che sono riusciti a riappropriarsi della loro terra. Constatiamo che tra un’ora saremo in Arizona mentre passa uno di quei treni eterni di cui ho già parlato e che il cervello non riesce a processare. Si vede che abbiamo bisogno di cose che finiscono.
Anche la strada è incredibilmente lunga, dritta, ben tenuta e, magicamente, viene attraversata da palle di erba, tumleweed, ovvero rotolacampo, proprio come nei cartoon. Per una volta decido di non precipitarmi a fotografarle, le voglio vivere in tutta la loro surrealtà. Di loro mi rimarrà un ricordo etereo, come di sogno.
Il misuratore di altitudine ci segnala che siamo a duemiladuecento metri! All’esterno ci sono otto gradi.
Non ci siamo proprio resi conto di salire, la strada sembra quasi piatta, ma chilometro dopo chilometro si va su dolcemente.
Si fa ora di pranzo, non abbiamo molta fame ma dobbiamo onorare in qualche modo il pranzo di Natale. Ci fermiamo a Gallup, la città più patriottica degli Usa, come recita un cartello dal significato improbabile.
Pranzo in auto da Sonic, uno dei pochi luoghi aperti, dove ordiniamo pollo fritto, patatine, hamburger.
Decine di auto sostano nelle apposite aree in attesa degli operatori che arrivano con i sacchetti fumanti e un po’ puzzolenti. Dentro troviamo una cascata di caramelline immangiabili ma coreografiche che finiscono direttamente nella spazzatura.
Mangiare in auto è molto americano, rimane un po’ di odore di cibo, ma spero che passi.
Anche qui ci sono cartelli, come dovunque, con su scritto: Restrooms Clean, si vede che è un problema sentito, e non da sottovalutare.
I villaggi indiani si susseguono, pubblicizzati dagli immancabili cartelloni che invitano a mangiare gelati, acquistare mocassini e giocare al casino.
Ecco l’Arizona, festeggiamo con urla di gioia il passaggio nel terzo Stato americano di questo viaggio. Se avessimo i cappelli texani volerebbero per l’auto. Ne siamo sprovvisti, però vi ho dato l’idea dell’atmosfera che si respira in famiglia.
Il giovane è alla costante ricerca di luoghi curiosi da visitare e ci convince ad andare a Winslow a vedere il Meteor Crater, caduto ben quarantanove mila anni fa. Ha un diametro di più di un chilometro, è profondo centosettanta metri ed è stato generato dall’impatto di un asteroide dal diametro di quarantasei metri, cadendo sulla terra alla velocità che andava dai venticinquemila ai settantamila chilometri all’ora! Queste informazioni ci incuriosiscono e deviamo. In fondo abbiamo abbastanza tempo.
Ma, giunti quasi sul punto di interesse, scopriamo che è sprangato e che moltissime altre persone si girano indietro piene di delusione.
Ripartiamo per il Grand Canyon, e io, con la mia mania di catalogazione, appunto tutte le cose che mi interessano in questo viaggio:
- I diners
- I musi dei camion
- Le vecchie pompe di benzina
- Le targhe dei vari Stati (che non colleziono per questa volta, non faccio neanche una foto, se no non ne esco).
Verso le diciassette arriviamo in un luogo montano completamente diverso dalla zona desertica di prima.
Abeti, casette di legno, duemiladuecento metri di altitudine, quattro gradi. Auto con sopra gli sci.
Saliamo fino a duemilaquattro e finalmente raggiungiamo il Grand Canyon Village e l’hotel in cui abbiamo prenotato per la notte: l’Holiday Inn Express che è pieno di gente in tenuta pesante, atmosfera montanara, legno, camera grande per quattro, fuori dalla finestra abeti illuminati.
Ceniamo in una simpatica Steak House gestita da nativi dove finalmente ordiniamo piatti da ristorante, beviamo birra e stiamo bene.
Fuori ci sono zero gradi, in camera un bel calduccio. Siamo su un altopiano attrezzato per i turisti, con ristoranti di tutti i generi, negozi di souvenir, tante lucine deliziose e, soprattutto, nessuna traccia del Grand Canyon.
Ma, come diceva Rossella O’Hara, domani è un altro giorno, e spero proprio di scoprire dove si trova questo Gran Canyon per cui abbiamo fatto così tanti chilometri.